Borse di sogno per ricordare Chiara

Andrea Costanzo, padre di una delle vittime di Crans Montana: «Aiutiamo i giovani pieni di futuro, come mia figlia»

Sotto il polsino destro della camicia di Andrea Costanzo si intravede, solo avvicinandosi, un tatuaggio delicato, una parola scritta in calligrafia tondeggiante: Chiara. È il nome di sua figlia, morta nell’incendio di Crans Montana, in Svizzera, insieme ad altri 40 giovani nella notte di Capodanno 2026 all’interno del bar Le Constellation. Ora le autorità elvetiche stanno accertando le responsabilità dei proprietari del locale e dei dipendenti comunali responsabili dei controlli di sicurezza.

«All’inizio quando ho ricevuto la notizia che Chiara era morta, ho pensato che quello fosse il dolore», racconta Costanzo a Zeta. «Poi, andando avanti, ho scoperto che era amore, che adesso non sa dove andare. Un amore nato, cresciuto e destinato a una persona che è scomparsa, ma che poi torna con forza, energia e violenza».

Gli occhi lucidi rivolti alla finestra, la mano stretta sul pacchetto di fazzoletti, la voce si rompe quando ricorda la figlia, che con i suoi 16 anni era «piena di futuro». Frequentava il liceo scientifico, faceva ginnastica acrobatica a livello agonistico, parlava inglese come una madrelingua. «Amava mettersi alla prova, capire fin dove poteva arrivare. Ogni conversazione con lei era proiettata a quello che ancora doveva succedere».

Poi quella notte, che ha cambiato la vita di tutta la famiglia, insieme a quelle delle altre vittime e dei 115 feriti. Una notte che a Costanzo è rimasta in tutti e cinque i sensi. «C’è la vista, perché non potrò mai dimenticare i vestiti e la pelle bruciata dei ragazzi che uscivano dal locale. C’è l’udito, con le loro urla laceranti. Soprattutto c’è l’odore, quello di carne bruciata, di morte, che porterò con me per sempre». È per questo che sceglie di tenersi lontano dalle indagini. «Qualche piccolo dubbio ce l’ho. Hanno permesso alle famiglie di accedere ai video delle telecamere di quella notte, ma noi non siamo periti. Mi sembra che nell’ordinamento svizzero ci sia eccessivo garantismo per i presunti colpevoli, e poca attenzione alle vittime».

Rimane il dolore, che costringe chi resta a scegliere se vivere solo con la cicatrice di quella ferita, o se farla diventare qualcosa di diverso. Tra tutti i genitori di chi è scomparso nell’incendio, Costanzo è quello che fin dall’inizio lotta di più per mantenere viva l’attenzione sulla vicenda, per far sì che le vittime continuino a restare umane e non si riducano a dei numeri. Da questo vissuto nasce la Fondazione Chiara Costanzo, che tramite le “borse di sogno” finanzia il futuro di quei ragazzi che hanno il talento ma non l’opportunità per raggiungere i loro obiettivi scolastici, sportivi e formativi. «Non vogliamo credere in ciò che uno è stato, come fanno le borse di studio, ma in ciò che può essere. Il termine “borse di sogno” nasce proprio per questo, la parte più importante dei giovani, il loro potenziale, è ancora invisibile».

L’altro obiettivo della Fondazione è far conoscere a tutti chi era Chiara, «far capire al mondo che cosa ha perso». L’intento non è ricordarla, verbo che implica un guardare indietro, ma onorarla, guardando avanti. Anche se il vuoto lasciato dalla sua assenza non passerà.

«Di lei mi manca tutto. Mi manca lo sguardo d’intesa che sapevamo darci e che ci scaldava intimamente il cuore: eravamo molto simili caratterialmente, avevamo lo stesso modo di prendere in giro noi stessi e gli altri. E mi manca fisicamente, perché non siamo mai stati avari di baci e abbracci. Cammino con lei ogni giorno attraverso ciò che ci ha lasciato, i suoi valori, il bene che grazie al suo nome sta nascendo in altre persone. Parlare di lei è l’unico momento che riesce a strapparmi un sorriso».

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