I data center, l’arma di un nuovo conflitto

Un'inchiesta con statistiche e voci dal territorio
I Data Center sono al centro della discussione globale sull'impatto delle tecnologie di intelligenza artificiale
I Data Center sono al centro della discussione globale sull'impatto delle tecnologie di intelligenza artificiale

Si sente solo il fruscio dei computer al lavoro: un rumore metallico e incessante, alimentato dalla rotazione delle ventole. Sarà perché non c’è neppure l’ombra di un operaio, ma le fabbriche di questa rivoluzione industriale sono silenziose.

Da fuori i data center sembrano capannoni industriali; poche o nessuna finestra, recinzioni, telecamere, guardie private e cancelli. Strutture spoglie e anonime che si affacciano sul territorio, alle porte delle grandi città. L’intelligenza artificiale vive là dentro.

Nel mondo

L’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) stima 415 terawattora (TWh) di consumi nel 2024, circa l’1,5% dell’impiego mondiale di elettricità (Stati Uniti 45%, Cina 25%, Europa 15%), più dell’intero fabbisogno elettrico italiano, che nello stesso periodo è stato di 312 TWh. In prospettiva sono numeri che, oltre a dare una misura al fenomeno, andranno rivisti al rialzo: il consumo nel 2030 potrebbe superare i 1000 TWh.

L’Ai sta muovendo cifre da bilancio statale: secondo l’Aie nel 2024 sono stati destinati ai data center 500 miliardi di dollari in investimenti. McKinsey stima che entro il 2030 serviranno altri 6.700 miliardi. Microsoft, che rivendica oltre 500 data center in più di 80 aree geografiche diverse, prevede 190 miliardi di investimenti complessivi solo nel 2026.

Cosa sono i data center

I data center sono grandi edifici che ospitano computer molto potenti. I server conservano dati ed  elaborano informazioni, facendo funzionare molti servizi online, come app o siti. Quando ChatGPT – o qualsiasi altro modello di linguaggio avanzato, ad esempio Google Gemini e Claude – risponde o genera un’immagine, da qualche parte nel mondo ci sono dei computer che stanno lavorando. I data center sono a tutti gli effetti il motore materiale dell’intelligenza artificiale: senza queste infrastrutture i sistemi AI non potrebbero essere addestrati, aggiornati e usati da milioni di persone contemporaneamente.

In Italia

Nel mondo si contano 11350 data center, in Italia ce ne sono 222. Il nostro paese è entrato nella corsa globale dell’intelligenza artificiale, anche se ha già accumulato ritardi rispetto ad altre nazioni europee. Non ha sviluppato – a differenza della Francia con Mistral – LLM performanti e competitivi su scala mondiale; secondo il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, mancano investimenti e capitale umano. Ma la domanda di questa tecnologia resta alta e anche l’Italia si è riempita di cantieri, per costruire campus e capannoni.

Nel triennio 2023-2025 l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano stima 7,1 miliardi di investimenti. Entro il 2028 la ricerca prevede 83 nuove infrastrutture, con un valore potenziale che supera i 25 miliardi di euro. In base al Digitalization and Decarbonization Report 2025 del Politecnico di Milano, nel 2024 i data center in Italia hanno assorbito circa 5,8 TWh, pari all’1,9% del consumo elettrico nazionale; nel 2035 potrebbe salire e attestarsi tra il 7% e il 13%. 

Terna, che gestisce la rete elettrica nazionale, ha ricevuto 339 pratiche di richiesta di connessione alla rete. In totale, quasi 60 gigawatt complessivi: circa la metà di tutta la potenza elettrica installata oggi in Italia. Ma secondo il responsabile della programmazione territoriale dell’azienda, Mauro Caprabianca, si tratta in larga misura di speculazione: si compra un terreno, si chiede a Terna di poterlo collegare alla rete elettrica e, se la richiesta ha esito positivo, quel terreno acquisisce valore. A quel punto si vende a un’azienda interessata a costruire un data center.

Il cuore del mercato è la Lombardia, che da sola conta circa la metà delle infrastrutture e oltre il 60% delle richieste dirette a Terna. Seguono Piemonte, Lazio e Puglia, che eccelle in produzione rinnovabile. 

Le leggi

Fino a poco tempo fa, davanti a un investitore che chiedeva di costruire un data center, il sindaco di un comune di duemila o tremila abitanti doveva fare i conti con enormi difficoltà. «Erano un po’ perplessi e persi nell’affrontare queste richieste di investimenti, a causa di un iter autorizzativo fumoso e molto grigio», dice a Zeta Giulia Pastorella (Azione). «Una melma di incertezza» che ha portato molti investitori a cercare altri Paesi. Poi lo scorso febbraio la Camera ha approvato un disegno di legge delega sui data center, di cui la deputata è prima firmataria. 

Il governo aveva già provato a legiferare sui data center attraverso il decreto bollette, per evitare che le regioni procedessero in ordine sparso. La Lombardia aveva già approvato una legge regionale e la Puglia delle linee guida tecniche. «È lecito farlo se il livello nazionale tira i piedi», afferma Pastorella, «ma se ciascuna regione comincia ad aggiungere specifiche proprie poi creiamo una frammentazione che non serve».

La voce di chi costruisce

Per gli operatori non è abbastanza: «Riteniamo che serva una maggiore capacità di pianificazione e una visione industriale più strutturata per competere davvero con gli altri grandi hub europei», dice a Zeta Luca Beltramino, il presidente dell’Italian Datacenter Association, che riunisce i costruttori di un settore che attraversa «una fase di forte crescita, ed è oggi uno degli ambiti più strategici per la competitività digitale del Paese». «Non chiediamo agevolazioni ma certezza normativa». Per questo la legge è considerata «un grande traguardo». Però, aggiunge, «ora dobbiamo vigilare sulla messa a terra della norma».

Sul rapporto con le comunità locali individua il principale rischio per il futuro: «Il tema delle opposizioni territoriali va affrontato con grande attenzione, perché rappresenta un rischio reale anche per l’Italia, se non si costruisce un dialogo corretto e trasparente».

Politica

Le grandi aziende si scontrano con i comitati locali e le associazioni ambientaliste. Una nuova forma di conflittualità territoriale che segue schemi già visti. È un tipico esempio di protesta nimby (not in my backyard), con comunità che si oppongono a infrastrutture con valore strategico per il sistema paese – come termovalorizzatori o rigassificatori – ma forti ricadute locali.

A Lacchiarella, nel milanese, il comitato “Fermiamo il data center” si oppone al progetto del colosso tech Apto: un campus da circa tre miliardi di euro che si estende su 228 mila metri quadrati. I cittadini temono rialzi in bolletta e disservizi provocati dalla domanda di elettricità del centro, che potrebbe mettere sotto pressione la rete locale.  

Anche Aws, sussidiaria di Amazon, ha puntato sulla Lombardia: due edifici, tra Rho e Pero, e un’area di 100 mila metri quadrati. Il progetto, che il Governo ha dichiarato «di preminente interesse strategico nazionale», prevede 42 generatori di emergenza, da attivare in caso di black-out. Ma l’accensione di questi dispositivi, denuncia il Comitato Rhodense, potrebbe produrre emissioni e inquinamento rumoroso

A Certosa di Pavia la società immobiliare Gsm ha proposto di costruire un data center su un’area agricola di 60 mila metri quadri, l’equivalente di dodici campi da calcio. La lista civica di opposizione ha definito il progetto «uno sfregio» e un’assemblea pubblica organizzata dal Comune ha visto un confronto acceso, mentre a fine marzo il caso è arrivato in Consiglio regionale.

A portarcelo è stato il Movimento 5 Stelle, su impulso del coordinatore provinciale di Pavia Simone Verni. «Non siamo necessariamente contro i data center», puntualizza a Zeta. «Siamo contro la svendita del territorio e il consumo di suolo vergine». Il punto, dice, è che oggi «ogni Comune può stabilire se all’interno del proprio territorio comunale può essere istituita un’area dedicata a un’insediamento logistico o data center, senza considerare la ricaduta che ha enorme anche sul resto del territorio». Il rimedio, per il M5S, sta in: «maggiore consapevolezza, maggiore responsabilità, maggiore regolamentazione».

Verni descrive comunità di poche centinaia di abitanti dove sono comparsi capannoni più grandi del paese stesso: «Esiste una ricaduta importante in termini ambientali e in termini sociali e ci sono sindaci sprovveduti che svendono il proprio territorio al data center di turno».

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