Il Festival del proletariato giovanile di Parco Lambro compie cinquant’anni per la terza volta e sarà anche l’ultima. Negli anni Settanta è stato più di un evento musicale, giovani desiderosi di vivere una Woodstock italiana venivano da tutto il Paese alla ricerca di nuove forme di espressione artistica e sociale.
Tutto inizia alla fine del 1970 quando la rivista Re Nudo irrompe nelle edicole italiane grazie all’attivista Andrea Valcarenghi, deciso a creare uno spazio controculturale che fosse interprete dei bisogni esistenziali oltre le ore lavorative. Dai pacifisti ai radicali, passando per gli autonomi e Lotta continua, il giornale prende quota suscitando dibattiti accesi. Così l’asticella si alza e il 25 settembre 1971 Re Nudo organizza il suo primo Festival, a Ballabio, vicino Lecco: diecimila persone, trentasei ore di musica, sul palco artisti come Claudio Rocchi, Eugenio Finardi e Stormy Six.
L’anno dopo si replica a Zerbo, sulla riva del Po. Le presenze raddoppiano e arrivano i primi esperimenti di naturismo e le reazioni scandalizzate della stampa cattolica. Nel 1973 il Festival si sposta nei boschi dell’Alpe del Vicerè, in provincia di Como, senza autorizzazioni, corrente e acqua. La redazione invita a restare a casa ma migliaia di ragazzi si presentano lo stesso.
Nel 1974, per la prima volta, non viene scelto un luogo isolato dove radunarsi e si arriva a Milano. Stanziandosi a Parco Lambro, il Festival penetra nel tessuto urbano e occupa uno spazio vissuto da un proletariato giovanile che, in quegli anni, aveva sposato cultura underground, evasione e marginalità. Raggiunge il parco un pubblico eterogeneo: da semplici appassionati di musica a operai, femministe, fricchettoni e curiosi.

Il percussionista napoletano Tony Esposito ha suonato in tutte le edizioni di Parco Lambro. All’epoca aveva poco più di vent’anni: «Se ci penso vedo un periodo che non c’è più. Partecipare è stato importantissimo, perché chi suonava al Festival di Re Nudo, se non era già affermato, era la promessa di qualcosa di buono, come lo ero io». Dietro il palco musicisti come lui, gli Area e il Banco del Mutuo Soccorso si ritrovavano fianco a fianco per portare avanti ricerca musicale e un’idea diversa di libertà. «La sera stavamo tutti insieme, ci sentivamo membri di un’unica famiglia, con la speranza di farci spazio nel mondo», racconta.
«A Parco Lambro c’era quello che cercavo: forza musicale, elevazione, ma anche l’idea di non relegare troppo la musica a un fattore politico»
Tony Esposito, Zeta 2026
Se Ballabio, Zerbo e Alpe del Vicerè erano state esperienze di festival pop, quello di Parco Lambro diventa il Festival del proletariato giovanile. Nell’organizzazione era entrata anche Lotta continua, oltre a Autonomia operaia e il Partito di Unità Proletaria, movimenti extraparlamentari che sentivano la necessità di essere protagonisti in un evento di tali proporzioni. La questione culturale era da un lato una forma di aggregazione per i simpatizzanti di sinistra e dall’altro un utile strumento di intrattenimento e di intervento sulle masse giovanili per tesserare nuovi militanti.
La gioia di stare insieme esplose nell’edizione del 1974. Più di 100 mila persone partecipano e seguono i concerti di Alan Sorrenti, Premiata Forneria Marconi, Demetrio Stratos, Angelo Branduardi. Un grande raduno con spazi per la meditazione, la cucina macrobiotica e lo yoga, con un’offerta libera al posto del biglietto: Parco Lambro rappresentava un’alternativa alla Festa de l’Unità, organizzata dal Partito comunista, ormai troppo costosa per il grande pubblico.
Fabrizio Ravelli, firma milanese di Repubblica, aveva solo 25 anni: «Era un’affermazione del diritto di stare insieme, in una situazione gradevole, di massa. Ascoltare della buona musica, volersi bene, la tolleranza e la non violenza. Era un significato importante per quegli anni». Gli artisti si alternavano sul palco giorno e notte, venivano lanciati slogan sul Vietnam, a favore dell’amore libero e delle droghe leggere. Davanti al palco falò con la gente che ascoltava, fumava, discuteva, mangiava, beveva o anche dormiva: «C’era un uso libero e intenso. Ad un consumatore di sostanze non dispiaceva andare a sentire della buona musica e stare tutti insieme in una situazione di totale libertà», aggiunge Ravelli.

L’aria inizia a cambiare nel 1975. L’affluenza cresce ma l’organizzazione non riesce più a rispondere alla pluralità di domande che attraversano il movimento. Le esibizioni di Venditti, De Gregori, Napoli Centrale, Dalla e Gaber allentano la tensione ma le prime esplosioni di violenza politica e le contraddizioni tra gruppi extraparlamentari si scontrano con l’emergere dei collettivi femministi e delle organizzazioni gay, portando nuove differenze difficili da comprendere per la sinistra ortodossa. Scelte radicali che culmineranno un anno dopo con la diffusione dell’eroina nei prati del festival.
«Costava poco. Si diffuse e cominciò a fare danni. Provocò anche una reazione violenta del servizio d’ordine contro lo spaccio e il consumo», racconta Ravelli. In quell’ultima edizione, il pubblico – non violento e composto da quasi 200 mila persone – si ribella all’organizzazione disumana, che non riusciva a garantire elettricità e condizioni igieniche adeguate, e ai prezzi dei consumi interni.
«Ci fu l’assalto dei polli, una ribellione contro i costi troppo alti del carovita. Un camion che trasportava dei polli congelati fu attaccato e il cibo lanciato negli scontri»
Fabrizio Ravelli, Zeta 2026
I concerti venivano interrotti e si organizzavano contestazioni nel parco, represse dalla polizia: «Ho ancora dentro il naso l’odore dei lacrimogeni», ricorda Tony Esposito. Una lenta degenerazione che porterà allo scioglimento di gruppi della sinistra extraparlamentare, tra cui Lotta continua, e terminerà nel 1977 nell’ala creativa, anarchica e anti-autoritaria del movimento che cantava per le strade e rifiutava il palcoscenico, considerato un nemico in quanto elemento di separazione.
Ognuno desiderava essere interprete, non semplice spettatore. Le persone non volevano essere più gregarie. Parco Lambro poteva sembrare un’utopia, un luogo distante dalla realtà, tanto che, nel terzo e ultimo anno della festa, la realtà diventò così forte da distruggere l’esperienza.







