Dall’alto, somiglia ad un gatto. Nella mitologia, è la nave dei Feaci trasformata in pietra da Poseidone. Quasi sei chilometri di granito e calcare bianco che emergono dalle acque cristalline della Sardegna nord-orientale.
L’isola di Tavolara domina oltre quindicimila ettari di Area Marina Protetta tra fondali trasparenti e capre selvatiche. Un territorio che per secoli è stato punto di riferimento e scalo per la navigazione lungo le rotte del Mediterraneo.
È di fronte a questo suggestivo monolite, che centinaia di persone arrivate da diversi punti della Sardegna e della penisola si sono date appuntamento alle prime ore del mattino di mercoledì 1 luglio.
«La nostra è una terra selvaggia, la sua bellezza sta proprio in questo. Basta cemento. La mobilitazione di oggi è nata dopo l’ennesimo attacco che stiamo subendo», spiega Michael Ardu, uno dei cinque fondatori di “Surra – Sardegna Unida Rinaschida Resistente e Autonoma”, tra i promotori della protesta.
Sulla costa che guarda l’isola, tra Cala Finanza e Punta La Greca, nel comune di Loiri Porto San Paolo, è prevista la realizzazione di “Tavolara Bay”, un progetto immobiliare di lusso tra i più grandi mai ipotizzati sull’isola. Secondo i manifestanti l’intervento rischierebbe di trasformare irreversibilmente quel paesaggio che oggi si apre integro davanti al mare.
Circa 50 ettari di macchia mediterranea tra ginepri, lentischi e lecci verrebbero sostituiti da un hotel a cinque stelle con 50 camere, 30 ville di lusso, ristoranti, un porto turistico, un campo da golf a 18 buche ma anche un eliporto, una spa e tre beach club.
Il progetto è promosso dalla società Tavolara Bay s.r.l., partecipata dal gruppo immobiliare brasiliano Jhsf Participações, proprietario della catena alberghiera di lusso Fasano.
La petizione promossa dal comitato Sos Cala Finanza ha superato le 100mila firme. Dopo questo risultato, numerosi movimenti indipendentisti e ambientalisti, tra cui Liberu, Surra e Sardigna Natzione hanno organizzato la manifestazione destinata a trasformarsi in un presidio permanente.
Bandiere dei Quattro Mori, cori di «A foras» («Fuori») e striscioni contro il cemento. Attivisti, residenti e privati cittadini si sono ritrovati di prima mattina per dire che “Cala Finanza non si tocca“.

«Nessuno mai più si deve permettere di privatizzare le nostre terre, perché le coste sarde sono di tutti», ha ribadito con fermezza Ardu a Zeta. Lo scorso 9 febbraio il progetto ha ottenuto l’autorizzazione unica, rilasciata attraverso la procedura prevista per le Zone Economiche Speciali (ZES), di cui la Sardegna fa parte, che consente un iter amministrativo semplificato.
Il 4 giugno il Consiglio dei ministri ha confermato il via libera al progetto, rigettando le opposizioni di Regione, Corpo Forestale e Ministero della Cultura. Una decisione che ha suscitato l’immediata reazione della Regione Sardegna, che ha scelto di promuovere un ricorso al TAR.
«La Sardegna non è una discarica e non è un terreno per le speculazioni, ma è una terra libera e le decisioni che si prendono qui devono essere prese assieme ai sardi», aggiunge l’attivista.

Il Comune era stato l’unico ente a dare parere favorevole al progetto. Fino a martedì 30 giugno, quando il sindaco Francesco Lai ha convocato il consiglio comunale per revocare la delibera di novembre 2025 che riclassificava l’area di Cala Finanza da zona a tutela integrale a zona destinata a interventi turistici a basso impatto.
«La decisione del sindaco non ha fermato in nessun modo la mobilitazione. Ora speriamo che nelle prossime settimane si prendano decisioni ferme dai piani alti sul futuro della nostra terra».
Mentre il TAR si prepara a pronunciarsi l’8 luglio, a Cala Finanza il presidio resta: «Se dovessero confermare il via libera al progetto noi non ce ne andremo e continueremo a lottare per la nostra terra. Questo progetto non si deve fare».







