Se i social creano dipendenza

Dopo la condanna di Meta e Google tre esperti discutono del futuro delle piattaforme

«È un momento cruciale nella lunga lotta per rendere i social media responsabili dei danni che hanno causato a centinaia di milioni di persone. Queste aziende sono così coinvolte nel mondo dell’intelligenza artificiale, che i problemi che hanno prodotto con i social network, sono di gran lunga inferiori rispetto a quelli che faranno con l’AI. È comunque una vittoria importante e ne prendiamo atto». Così il Professor Sreenath Sreenivasan, consulente digitale e CEO di Digimentors.group, ha commentato la sentenza storica con la quale, mercoledì 25 marzo, il Tribunale di Los Angeles ha condannato Google e Meta al pagamento di 6 milioni di dollari per aver intenzionalmente progettato piattaforme che creano dipendenza.

Il processo è durato cinque settimane e la giuria popolare ha impiegato più di sette giorni per raggiungere il verdetto. 

Quando fuori dal palazzo di giustizia è arrivata la notizia della condanna, i genitori di bambini colpiti dagli effetti negativi della rete, che da giorni attendevano la sentenza, si sono lasciati andare ad abbracci e festeggiamenti.

La causa contro i due colossi tech è stata intentata da Kaley G.M, ventenne californiana, che ha sostenuto di essere rimasta vittima, sin da giovanissima, dei meccanismi assuefacenti che regolano le piattaforme di Istagram e Youtube. La ragazza ha raccontato di aver cominciato a soffrire a dieci anni di ansia e depressione e di aver manifestato, in seguito, i sintomi della dismorfia corporea, un disturbo che altera la percezione del proprio corpo. Le è stato riconosciuto, quindi, un risarcimento di tre milioni di dollari per danni compensativi e tre per danni punitivi. 

Interpellata da Zetaluiss.it, Google ha rilasciato le dichiarazioni di un suo portavoce: «Non siamo d’accordo con il verdetto e intendiamo presentare ricorso. Questo caso non comprende correttamente la natura di YouTube, che è una piattaforma di streaming costruita responsabilmente e non un social media».

Google (e non solo) dichiara finita l'era dello smart working - Startmag

Questa condanna arriva a sole ventiquattro ore di distanza dalla decisione del Tribunale di Santa Fe, nel New Mexico, che ha costretto Meta a pagare una multa di 375 milioni di dollari per non avere informato in modo appropriato gli utenti dei pericoli causati dall’uso delle sue piattaforme, violando le leggi statali sulle pratiche sleali. 

Al termine del processo, intentato dal Procuratore generale dello Stato, applicazioni come Facebook, Instagram e Whatsapp sono state ritenute colpevoli di non proteggere i minori, esponendoli a materiale sessualmente esplicito e al contatto con predatori sessuali.

«Il verdetto della giuria è una vittoria storica per ogni bambino e ogni famiglia che ha pagato il prezzo della scelta di Meta di mettere i profitti al di sopra della sicurezza dei bambini», ha dichiarato il procuratore Raul Torrez.

L’esposizione dei minori a contenuti potenzialmente dannosi nell’utilizzo di piattaforme digitali è oggetto, negli Stati Uniti, di duemila procedimenti federali e statali attualmente in corso.

Come ha spiegato a Zetaluiss.it il Dottor Massimo Cozza, psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma 2: «Il cervello di un adolescente è più vulnerabile ai meccanismi social perché è ancora in evoluzione. Nei giovani il circuito della ricompensa o dopaminergico è particolarmente sensibile. In questo contesto, i rinforzi, come ad esempio i like, possono influenzare fortemente il funzionamento di questo sistema, contribuendo a modellare comportamenti e abitudini. Il numero di mi piace che si ottengono in un post genera una gratificazione immediata, che si perde subito creando il bisogno di un altro like».  

Il Dottor Massimo Cozza

Il problema è da individuare nelle regole di mercato delle multinazionali digitali: «Per aumentare gli introiti legati alla pubblicità cercano di far rimanere le persone il più possibile davanti allo schermo», ma la responsabilità non è attribuibile a un solo soggetto «riguarda la società nel suo insieme, che ha il compito di fornire regole chiare e condivise. Bisognerebbe, ad esempio, rendere più espliciti i possibili effetti legati all’uso dello smartphone o dei social, come avviene per le sigarette».

Secondo il Dottor Cozza un ruolo centrale spetta alle famiglie «che dovrebbero essere presenti, dialogare e costruire relazioni significative con i minori. A sei anni un bambino non vive solo e non ha un telefono. La sentenza emessa in America è sicuramente importante perché farà aprire gli occhi sul problema che rimane molto complesso».

Dello stesso avviso il Dottor Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e Presidente dell’Associazione nazionale Dipendenze Tecnologiche: «È un punto di svolta. Non perché finalmente abbiamo vinto contro i social, ma perché ci toglie una scusa e sposta un pezzo di responsabilità dove deve stare. Per anni abbiamo fatto finta che fosse tutto neutro. Non dipende solo da come li usi. Quando un ragazzo non riesce a staccarsi, gli diciamo che deve avere più controllo. Ma nessuno dice che sta combattendo contro qualcosa progettato per agganciarlo».

Il Dottor Giuseppe Lavenia

Sull’impatto di questi strumenti sul benessere psicologico dei più giovani non ha dubbi: «A volte amplificano un malessere esistente e lo fanno in modo violento. Ma altre volte costruiscono pezzi di disagio che prima non c’erano. Il bisogno di essere visti, il confronto continuo, la fatica a stare senza stimoli. I ragazzi non diventano fragili per caso. È che vivono dentro un sistema che lavora sulle loro fragilità ogni giorno».

Podcast ZetaPOD

Podcast

TG ZetaTG

TG

GR ZetaGR

GR

Iscriviti a
Zeta Data Lab

Iscriviti alla nostra newsletter