Alice Bellandi e la forza di cedere

La campionessa olimpica di judo si racconta in esclusiva a Zeta

Alice Bellandi, 27 anni, bresciana, è la judoka più forte al mondo nella categoria 78 kg. Campionessa olimpica a Parigi 2024, mondiale a Budapest 2025 ed europea a Tbilisi 2026. Prima italiana nella storia a completare la tripla corona.

Siamo andati a trovarla nella Caserma delle Fiamme Gialle, a Roma.

«Sono entrata in palestra da bambina. Mi sono resa conto presto di essere geneticamente predisposta per fare attività fisica, la difficoltà è stata scegliere un solo sport». La storia di Alice inizia a Roncadelle, paese di novemila abitanti alle porte di Brescia dove, evidentemente, l’aria fa bene. Alle Olimpiadi del 2024, lei, il canoista Giovanni De Gennaro e la pallavolista Anna Danesi hanno portato a casa tre ori olimpici. Quanto l’intero Brasile.

L’ottimo percorso nelle categorie junior la porta a Roma, dove il judo diventa la sua vita: «A Brescia lasciavo la comodità. Non è stato facile salutare amici e familiari, ma forse avverto la distanza più adesso che allora. Prima c’era l’eccitazione di un nuovo inizio, la voglia di inseguire un sogno. Ora mi rendo conto che per i miei genitori, i miei nipotini, il tempo è passato velocemente. E io non ero lì».

La salute mentale è un tema centrale per gli sportivi di alto livello: «Non mi sono mai sentita la più forte, approccio tutte le gare come se fossi la sfavorita. La fame però c’è sempre stata, quella non possono insegnartela. Da adolescente mi entusiasmavo all’idea di affrontare ragazze più quotate, per me sul tatami (la superficie su cui si combatte, ndr.) è sempre una lotta per la sopravvivenza».

Alice Bellandi ha dovuto imparare che la cedevolezza alla base del judo non è soltanto una tecnica di combattimento. Lei, che dopo la prima apparizione ai Giochi olimpici di Tokyo ha confessato di aver sofferto di depressione e bulimia, ha imparato ad accettare le proprie fragilità. Sui momenti difficili: «Penso che nella vita sia indispensabile imparare a lasciare andare. Le cose che abbiamo dentro, sia positive che negative, sono nostre. Non devono essere allontanate, tanto meno nascoste, perché possono portare a punti di luce importanti della nostra persona».

Pancia piena dopo la triplice corona? Neanche per idea: «Oggi sono più consapevole, ma la sicurezza nei propri mezzi è un grafico che oscilla. Oggi mi sveglio bene, magari domani cambia qualcosa e mi sento sotto tono. L’importante è tenere presente il punto di partenza e quello di arrivo, così le motivazioni e la fame non possono venire meno».

Alice Bellandi e Federica Pellegrini, la campionessa di nuoto, hanno gli stessi ori olimpici, ma la considerazione a livello nazionale non è la stessa. Per la judoka la notorietà delle arti marziali non è solo un discorso di immagine personale: «Mi rifiuto di credere che la nostra disciplina debba rimanere in un angolo. C’è tanta richiesta, tanta disponibilità, ma mancano gli investimenti. Il judo non è solo uno sport di combattimento, ma di educazione e di rispetto, insegna ai bambini a muoversi all’interno di uno spazio».

Il cambiamento non è impossibile: «Nelle scuole non viene fatta divulgazione sulle arti marziali. Per me è il primo posto dove bisogna entrare, è lì che inizia il riconoscimento. All’estero già succede: si tratta di diffusione, di insegnamento. Non puoi investire su qualcosa che non conosci».

La domanda finale è se un giorno ci sarà un effetto Bellandi per il judo, come l’effetto Sinner nel tennis. Sorride, ma appena. «Magari», dice sottovoce.

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