Le strade della Norvegia si riempiono di giovani in abiti tradizionali per celebrare il giorno in cui, nel 1814, la Costituzione fu redatta e firmata dalla presidenza dell’Assemblea nazionale a Eidsvoll. Il 17 maggio, il Syttende mai, è conosciuta come la “festa dei bambini”.
Fin dal mattino presto, in ogni città e villaggio, si snoda una parata festosa a cui partecipano gli studenti delle scuole elementari, medie e dei licei. Bambini, giovani e adulti indossano fieri il bunad, l’abito tradizionale cucito a mano, ereditato di generazione in generazione o regalato in occasione della cresima. Studenti e insegnanti marciano fianco a fianco, sventolando la bandiera nazionale e intonando inni patriottici per celebrare l’unità e la storia del Paese. I festeggiamenti norvegesi, che mettono al centro la gioia dei bambini, sono in contrasto con le feste nazionali di altri Paesi, spesso caratterizzate da sfilate ed eventi militari.
È una festività che accompagna i norvegesi fin dall’infanzia, un vero e proprio rito di passaggio. A scuola i preparativi iniziano mesi prima: gli studenti provano gli inni e imparano a sfilare in ordine, mentre le bande musicali scolastiche e professionistiche provano i brani che guideranno il corteo lungo l’intero Paese. La parata più imponente si tiene a Oslo, dove sfilano circa 60.000 bambini provenienti da un centinaio di scuole diverse. Il corteo percorre la via principale, la Karl Johans gate, fino a raggiungere il Palazzo Reale, dal cui balcone la famiglia reale saluta la folla per ore.



Le tradizioni più radicate iniziano la mattina presto. Tra le giovani generazioni, dare il via alla giornata con lo Champagnefrokost è ormai un obbligo sociale. Gli amici si riuniscono nelle case per una colazione condivisa: ognuno porta un piatto da dividere e una bottiglia di bollicine. Dopo qualche ora in compagnia, si esce insieme per assistere alla parata, fare una grigliata o riunirsi nei parchi, sempre con il bunad indosso e le bandiere in mano. Per i giovani adulti è la festa più lunga dell’anno, con il primo brindisi alle nove del mattino e l’ultimo al tramonto.
Anche i norvegesi all’estero celebrano la ricorrenza con lo stesso entusiasmo. A Roma, in mancanza di una parata pubblica, la sfilata cede il passo a una tradizione più raccolta. La comunità, insieme ai diplomatici dell’Ambasciata e ai ricercatori dell’Istituto di Norvegia in Roma, si riunisce al Cimitero Acattolico di Testaccio attorno all’obelisco di pietra che segna la tomba dello storico Peter Andreas Munch. «Fu lui a fondare la disciplina storica in Norvegia e a scrivere quell’opera colossale intitolata La storia del popolo norvegese», spiega Arnt Stefansen, giornalista e corrispondente norvegese presente alla cerimonia di quest’anno.

Il cimitero, fondato nel 1716 all’ombra della piramide di Cestio, ospita oltre seimila tombe di quasi sessanta Paesi diversi. L’atmosfera riservata e solenne di questa oasi di pace offre alla comunità uno spazio di celebrazione composto e profondo. «La tomba di Munch al Cimitero Acattolico è un punto di ritrovo naturale il 17 maggio per i norvegesi. Roma è una città che i nostri connazionali frequentano ormai da un millennio».
A partire dal XIX secolo, la capitale italiana divenne meta d’elezione per molti intellettuali scandinavi. Bjørnstjerne Bjørnson – celebre poeta, drammaturgo e futuro Premio Nobel per la Letteratura nel 1903 – vi giunse nel 1860 e lavorò proprio a Roma alla stesura dell’inno nazionale Ja, vi elsker dette landet. Nel 1864 fu la volta di Henrik Ibsen, gigante della drammaturgia mondiale e pioniere del teatro realista moderno: «Fu proprio Ibsen a tenere il discorso inaugurale dinanzi alla tomba di Munch il 12 giugno 1865».
Anche Edvard Munch, famoso pittore espressionista e nipote dello storico Peter Andreas Munch, mantenne un profondo legame con la città, di cui dipinse la tomba dello zio nel 1927. Sebbene Munch abbia poi illustrato i drammi di Ibsen, fu il compositore Edvard Grieg a condividere con il drammaturgo il soggiorno romano da cui nacque il capolavoro del Peer Gynt. «In ogni caso, Roma ha avuto un’importanza enorme e Ibsen scrisse le sue opere più importanti in Italia, in parte nella capitale italiana».


Mentre le parate pubbliche attraversano le strade norvegesi, la presenza del Paese in Italia unisce la comunità oltre i confini. Tra i cipressi del Cimitero Acattolico di Roma, le note dell’inno nazionale ricordano che l’ispirazione e le opere nate lontano da casa continuano ad arricchire il patrimonio culturale della Norvegia.







