Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca

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Copertina del romanzo Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda, pubblicato da Einaudi

Tutti i giorni Neela apre gli occhi prima che suoni la sveglia. Una mattina, però, si ritrova uno yakshaya avvinghiato alle caviglie. La piccola creatura demoniaca, tipica del folklore singalese, le parla con inquietante confidenza. I trent’anni trascorsi in Italia, lontana dallo Sri Lanka, non li hanno allontanati. «Non me ne sono mai andato, tesoro»: è la rassicurazione del mostro.

L’apparizione grottesca si fa incarnazione del tempo rarefatto dell’emigrazione. La mancanza della terra d’origine diventa una presenza fisica. Si insinua attraverso la pelle, risale lungo le gambe, si avvinghia alla schiena e costringe Neela all’unica scelta possibile: il ritorno.

È questa immagine che apre Acqua sporca (Einaudi, 2025), il primo romanzo di Nadeesha Uyangoda, candidato al Premio Strega 2026 dalla scrittrice Gaia Manzini. Il testo, si legge nella motivazione, porta sulla pagina «la lacerazione» tipica della «vita di chi emigra», trasformandola in «un’odissea dove Itaca non corrisponde necessariamente a un ritorno, ma è un punto fermo per non impazzire». 

Uyangoda, nata in Sri Lanka e cresciuta in Italia, era già autrice per 66thand2nd di L’unica persona nera nella stanza (2021)Corpi che contano (2024), in cui razza, cittadinanza e appartenenza collegano saggistica e autobiografia. Gli stessi temi che nel romanzo diventano case abitate senza possederle, malattie ereditarie, silenzi familiari.

Quando Neela decide di tornare nella terra natia, il suo gesto investe gli altri personaggi femminili del romanzo. Sua figlia Ayesha, nata in Sri Lanka e cresciuta a Milano, senza «la naturale sicurezza con cui gli altri occupavano uno spazio, con cui si dicevano provenire da questo o quel luogo». Le sue due sorelle minori rimaste sull’isola: Himali, convinta che «la ricchezza» sia «come la polvere: bastava un colpo di scopa per spazzarla via», e Pavitra, la più piccola, per cui la «tensione alla tristezza che aveva manifestato sin dal primo vagito» si è trasformata in «un’abitudine».

Al centro resta la domanda che Neela si pone all’idea di gedara yanna, «andare a casa»: «quale casa?». Lo Sri Lanka è il luogo dell’origine che ha dovuto lasciare. L’Italia è lo spazio della sopravvivenza dove il suo corpo è stato consegnato al lavoro di cura e ai «padroni a cui piaci sempre di più se hai un nome che riescono a pronunciare».

Il romanzo racconta la migrazione non come movimento lineare da un paese povero a uno ricco, ma come debito permanente. Neela si separa da Ayesha, che resta in Sri Lanka mentre lei va a lavorare in Italia. Anni dopo, pensa di lasciarla a Milano e prendere un volo di sola andata per Colombo. Il ritorno non ripara la partenza, la ripete nella direzione opposta.  Anche il lavoro di cura è osservato dal suo rovescio. Badare a Mariuccia, madre di Gino e suocera di Rosanna – «i padroni» – significa non aver potuto «stringere per un’ultima volta la mano ossuta, consumata dal diabete, di suo padre». 

Uyangoda costruisce un racconto polifonico che si estende tra tempi e geografie diverse, dove la lingua cerca di porre rimedio allo strappo della migrazione. Il singalese si mischia all’italiano, la magia diventa vocabolario di ciò che il corpo non riesce a dire e il mito convive con il diabete, i voli Emirates e WhatsApp.

L’Acqua sporca del titolo è il residuo di ciò che i personaggi tentano di pulire senza riuscirci: i pavimenti lavati nelle case di altri, il sangue dei legami familiari, la materia torbida da cui sperano di riemergere. È il simbolo di una vita passata a cercare una forma di appartenenza che continua a sottrarsi. Lo yakshaya che apre il romanzo segue la stessa la logica: ciò che della patria resta attaccato al corpo dopo anni vissuti altrove. Neela può ripartire e attraversare di nuovo l’oceano, ma il demone rimane dov’era, a ricordarle che anche il ritorno ha un prezzo.

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