Nello scorso numero vi abbiamo raccontato di come, secondo una nuova legge talebana, il silenzio di una bambina possa valere come consenso a sposarsi, della direttiva europea che riprende il DDL Zan e di molto altro.
1. Perché le elezioni in Armenia non sono (soltanto) una questione interna – A cura di Costanza Saporito
Il 7 giugno in Armenia si terranno le elezioni legislative per scegliere i componenti della prossima Assemblea nazionale. La campagna elettorale, molto polarizzata sul fronte interno, è guardata con attenzione anche dalla comunità internazionale, perché da tempo l’Armenia si trova al centro di una tensione geopolitica tra Russia e Occidente.
Per capire perché, bisogna tornare al 2018, quando, in seguito alla rivoluzione di velluto che portò alle dimissioni del presidente di lungo corso Serzh Sargsyan –tradizionalmente allineato a Mosca–, divenne primo ministro Nikol Pashinyan, leader del Civil Contract Party, fautore di una svolta filooccidentale.
Nel 2013, durante la presidenza Sargsyan, l’Armenia aveva rifiutato l’accordo di associazione con l’Unione europea, aderendo, invece, all’Unione Economica Eurasiatica, uno spazio di libera circolazione di merci, capitali e persone tra alcuni paesi ex sovietici creato dal Presidente russo Vladimir Putin. La permanenza nell’UEE ha finora garantito all’Armenia vantaggi concreti, soprattutto in ambito energetico: forniture di gas russo a prezzi preferenziali e accesso a un mercato di sbocco per le proprie merci.
Con l’avvento di Pashinyan, tuttavia, l’avvicinamento all’Europa è diventato sempre più evidente e, nella primavera 2025, il parlamento armeno ha perfino approvato una legge che vincola il governo a perseguire l’integrazione con l’Ue. Lo scorso maggio, inoltre, si è tenuto a Yerevan il primo vertice Ue-Armenia della storia, durante il quale i ventisette hanno riconosciuto ufficialmente le aspirazioni europee del popolo armeno.
In questo quadro si inserisce anche il rapporto con gli Usa. Il 26 maggio, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio è volato a Yerevan dove i due paesi hanno firmato un partenariato strategico globale, un accordo quadro sul TRIPP –il progetto infrastrutturale promosso dal Presidente degli Usa Donald Trump per connettere Medio Oriente, Caucaso e Asia centrale –e un memorandum su minerali critici e terre rare. Negli stessi giorni Trump ha espresso il proprio «pieno e totale sostegno» a Pashinyan, definendolo «grande amico e leader» e incoraggiando i cittadini armeni a «Make Armenia Great Again». Un endorsement senza precedenti, se si pensa che è la prima volta che un presidente americano appoggia pubblicamente un candidato in un paese che si trova, di fatto, nella sfera d’influenza russa.
La Russia, nel frattempo, sta agendo su più livelli. Da una parte cercando di influenzare le elezioni attraverso il sostegno accordato all’opposizione armena, in particolare alla Strong Armenia Alliance, il cui leader, il miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, secondo il Dossier Center di Khodorkovsky e The Insider –entrambe testate giornalistiche russe indipendenti–, sarebbe legato direttamente a Putin. Dall’altra, facendo leva sulla dipendenza economica dell’Armenia e minacciando restrizioni all’importazione dei suoi beni.
In particolare, la scorsa settimana Mosca ha minacciato di denunciare l’accordo del 2013 sulle forniture di gas, mentre al vertice UEE di Astana, lo scorso 29 maggio, gli Stati membri hanno chiesto all’Armenia di indire un referendum per chiarire la propria collocazione geopolitica, avviando allo stesso tempo una revisione formale della permanenza del paese nel blocco che potrebbe portare alla sospensione del suo status di membro entro fine anno. Il ministro degli esteri armeno Mirzoyan si è limitato a dichiarare che Yerevan resta interessata a preservare normali rapporti con la Russia.
Le elezioni di giugno non sono quindi soltanto una questione interna. La vittoria dell’uno o dell’altro fronte implicherà una scelta di campo: da una parte la svolta occidentale ed europeista, dall’altra il definitivo ritorno di Yerevan nella sfera di influenza russa.
2. In Serbia gli studenti sfidano il sistema- A cura di Costanza Saporito
Sabato 23 maggio, a Piazza Slavija, a Belgrado, al termine di una nuova giornata di proteste antigovernative, alcuni studenti hanno letto i versi di Ljubomir Simović, scrittore serbo noto per la sua battaglia contro l’oppressione: «Mi alzerò, calpestato, schiacciato, oppresso, contro eserciti d’acciaio, con una spada di legno».
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