“Il Segreto di Penelope” è un’associazione con sede a Lecco, in cui donne emigrate da tutte le parti del mondo, provenienti da contesti difficili, riescono tramite l’artigianato, ad esprimersi e a diventare parte attiva della società, trovando un lavoro e anche un partner. Tante storie alcune delle quali raccontano vicende alcune delle quali sono anche fonte di soddisfazione per l’associazione. Come quella di Elena, (nome di fantasia), che fa parte del consiglio direttivo dell’associazione e oggi lavora come OSS in una casa di riposo. Ha poi fatto il ricongiungimento del figlio che era in Africa, portandolo in Italia, trovandogli una casa.
Senza scopi di lucro, l’associazione ha trovato la propria sede presso la parrocchia di San Nicolò con l’aiuto di Monsignor Davide Milani, che all’epoca era prevosto di Lecco. È presieduta dalla Psicoterapeuta Maria Caterina Cattaneo, la quale ci ha “aperto le porte” insieme alle responsabili Angela Gandolfi e Grazia Galli.
Presidente Cattaneo qual è la “mission” della vostra associazione?
La nostra associazione è nata come Odv (organizzazione di volontariato) nel 2021, ma già prima era presente come gruppo spontaneo nel 2018. L’ obiettivo che ci eravamo posti era quello di offrire una modalità di aiuto alle donne migranti, che all’ epoca provenivano soprattutto dalla Nigeria e che erano uscite dalla tratta. L’ idea era quella di offrire un luogo di aiuto che non fosse solo legato all’ apprendimento dell’italiano, ma costruire uno spazio sicuro dove poter creare cose nuove, fare gruppo, essere una comunità.
In quali condizioni si trovavano queste donne?
All’inizio, nel 2016, le donne migranti, non erano visibili. Erano rinchiuse nei centri di accoglienza di Lecco, in giro si vedevano solo migranti maschi. Alcune di noi avevano cercato di capire dove fossero le donne.
Dov’erano?
Erano ritirate, poco aiutate da quella che era stata l’accoglienza istituzionale. All’ interno della cooperativa di accoglienza non potevano fare nemmeno da mangiare, avere un minimo di attività.
Che cosa avete fatto voi per aiutarle?
Noi abbiamo prima offerto dei momenti per imparare l’italiano e costruire uno spazio dove ci fossero dei laboratori di artigianato per diventare soggetti attivi.
Ed oggi qual è la situazione?
La nostra associazione oggi è molto diversa. Ora è un luogo di riposo nei processi di integrazione. C’è un gruppo composito, e alcune donne che venivano da situazioni complesse hanno trovato un lavoro, un compagno, fanno gruppo.
Mi racconta la storia di una donna che l’ha colpita?
Beh, sono tutte storie che colpiscono! Ho conosciuto donne che avevano avuto terribili violenze, passate dalla Libia, schiavizzate, costrette a prostituirsi, donne sofferenti. Nel tempo di alcune di loro abbiamo perso le tracce. Spesso molte di loro avevano lasciato dei figli nel paese d’origine.
Che cosa le dicevano?
Le parole che mi sono rimaste dentro sono di una donna che ho conosciuto tempo fa in associazione, che diceva: «Prima sapevo fare tante cose, poi in Libia, nel viaggio, ho preso talmente tante botte che non mi ricordo più niente».
Quanto è stato potente l’artigianato nel ridare speranza a queste donne?
Erano donne che avevano dietro delle ferite, però ovviamente, come tutti i giovani speravano in Italia in una rinascita di vita diversa. L’artigianato è stato potente, come è potente la possibilità di creare con le mani qualcosa. Con i nostri laboratori c’è la possibilità di sfogare rabbia e fatica ma anche di esercitare la creatività, di utilizzare i colori. Noi oggi abbiamo vari laboratori. Le donne migranti che arrivano da un’altra cultura hanno dei grossi problemi di inculturazione, hanno una depressione reattiva, che culturalmente non viene decodificata.
Perché avete dato il nome di “Penelope” alla vostra associazione?
Penelope è il nome che abbiamo scelto perché rappresenta una donna mitica ed archetipica. Tesseva e poi disfava la tela, ha cercato di ingannare sia i Proci dominatori, sia il tempo per aspettare il suo amato, sia la depressione. Potremmo dire che è anche la prima donna politica.
Quanto è stato importante l’aiuto di Monsignor Davide Don Milani per mettere in piedi “Il segreto di Penelope”?
All’inizio, per la nostra associazione, abbiamo cercato asilo in vari posti, per costruire il nostro laboratorio. Nel pubblico non riuscivamo a trovare un posto, tra i vari oratori, siamo state cacciate da una parrocchia. Don Milani, ci ha ospitato, ci ha aperto le porte, ed offerto una sede stabile dove poi la gente nel tempo, ormai sono quasi 10 anni che operiamo, insieme alle altre associazioni ci ha conosciuto. Oggi le varie associazioni ci segnalano donne che sono in difficoltà.
Non c’è quindi indifferenza per i fenomeni della migrazione?
In verità, soprattutto nei confronti delle donne, c’ è una certa partecipazione abbastanza attiva da parte della comunità, del territorio, a Lecco. Ma è’ inutile negarcelo, sicuramente c’è anche tanta diffidenza, che la politica usa per demonizzare la persona migrante, cercando il male all’ interno del diverso.
Invece cosa si sente di dire alle donne italiane che vivono momenti di scoraggiamento?
Lo dico come osservatore terapeutico, dagli anni’90/2000 le donne sono cambiate. Oggi c’è una parte di sofferenza soprattutto nei maschi dettata dalla complessità di una società, in cui c’è una parte di individualismo e narcisismo che va a soffocare proprio quello che il nostro laboratorio conferma, cioè che l’unione fa la forza. Siamo tutti sofferenti ma tutti condividiamo, anche la gioia. L’individualismo, il narcisismo non aiutano. E poi la povertà è una cartina di tornasole, per capire le cose che contano davvero.
Un messaggio che vuole dare all’ opinione pubblica?
Il mio è un invito alla partecipazione, al bene della comunità. Questa esperienza ci ha fatto molto bene. Far parte delle realtà associative dà la possibilità di partecipare al bene comune senza essere spettatori, di intrecciare, tra-amare, proprio come faceva Penelope.








