Quindici anni fa mi trovavo, per la prima di tante volte, ospite a cena di una famiglia di otto persone a Montale, Pistoia. Di fronte a me, all’altro capo del tavolo, sedeva il babbo Angelo. Ai lati, Maria Pia, la moglie, e i sei «figlioli». A un certo punto, babbo Angelo cerca di prendere la parola, ma i figlioli gli parlano sopra. Allora Angelo batte un pugno sul tavolo e urla: «Non lasciate parlare il vostro babbo, ingrati! Non vedete cosa mi sono trombato per mettervi al mondo? Dovreste almeno essere riconoscenti». Maria Pia risponde con un ceffone in pieno volto: «Ambecille!».
Questa è stata la mia iniziazione alla famiglia Zampini, tra gli ultimi custodi rimasti di un mondo straordinario che, cinquant’anni fa, veniva impresso su pellicola da Giuseppe Bertolucci e Roberto Benigni con Berlinguer ti voglio bene. Angelo Zampini, d’altronde, era stato compagno di scuola di Benigni nella vicina Vergaio.
Quella sera mi fu chiaro uno dei tanti aneddoti che avevo sentito su quel capolavoro: che in gran parte era improvvisato, per molte scene non esistevano copioni. Quello che racconta il film è semplicemente la Vergaio di quegli anni. Potremmo quasi definirlo un documentario.
Il film inizia nella sala di un cinema in cui Mario Cioni (Benigni) e i suoi amici e colleghi operai stanno guardando la proiezione di un film porno. L’attore esita a iniziare l’atto: «Allora gl’è finocchio! Un film con l’attore finocchio ‘un si po’ vedere!», dice un amico del Cioni. «Levati, facci vede’ l’esito» gli urlano da dietro.
Berlinguer ti voglio bene racconta una provincia squallida, fatta di niente, in cui le esistenze di tutti sono monotone e uguali, in cui «c’ha trombato la miseria e semo rimasti incinta», recita Bozzone, interpretato dal mitico Carlo Monni. Nella pellicola di Benigni e Bertolucci desolazione e aberrazione lessicale sono un vero e proprio manifesto stilistico, declinato in una volgarità che a molti sembrerà gratuita e ingiustificata. Giusto per capire il livello: Bozzone a Mario Cioni «tromba» la mamma come riscatto per il mancato pagamento di una sconfitta a briscola.
Ma il turpiloquio di bestemmie e di ossessione sessuale di Berlinguer ti voglio bene non ha niente a che fare con la volgarità borghese. Quella del Cioni è una volgarità ancestrale, contadina, che travolge il perbenismo perché semplicemente ignora che esista. Affonda le radici direttamente nel Medioevo toscano, nel Cecco Angiolieri del S’i’ fossi foco e nel Boccaccio più carnale.
In quella provincia degli anni ’70, la lingua ufficiale della televisione e dello Stato non era ancora arrivata a omologare gli usi e i costumi. I disperati della campagna parlavano così. La parola oscena, la bestemmia, il riferimento continuo agli organi genitali e all’atto sessuale erano espressioni di un’esistenza brutale, ridotta all’osso. Quella di Bertolucci e Benigni è un’operazione di verismo linguistico.
Una scena divenuta iconica racchiude tutto questo: il Cioni cammina a schiena ricurva, per cinque minuti interminabili in mezzo ai campi, blaterando oscenità. Poco prima, dal palco della Casa del Popolo Majakovskij, era stato annunciato: «Cioni Mario deve correre subito a casa perché gli è morta la mamma!» (poi rivelatosi uno scherzo degli amici). Quando non hai cultura, non hai un lavoro dignitoso, non hai una prospettiva e la società ti tratta come un parassita repellente, la bestemmia è l’unica catarsi possibile contro un destino barbaro.
In una vita così ingiusta, Berlinguer diventa l’idolo a cui aggrapparsi per dare l’illusione di un senso: un giorno ci sarà la Rivoluzione, bisogna solo aspettare che Berlinguer «ci dia il via». «E cosa aspetta a darlo?», gli chiede l’amico. «C’ha da fare, ha famiglia», risponde Mario.
Il film è un susseguirsi di scene che oggi, cinquant’anni dopo, ci sembrano irreplicabili e lontane come il suono della Stratocaster di Hendrix, parte di un passato mitologico di cui è rimasta solo la “c” aspirata di Panariello e Pieraccioni. Pensiamo al dibattito alla casa del popolo sul tema “Pole la donna pareggiare coll’omo? No” – dove la risposta è già parte del titolo. Pensiamo alle campane della chiesa che suonano l’inno del Partito Comunista, o al prete che rimprovera Mario perché invece di cercare moglie passa il tempo a ragionare con Berlinguer nel campo (uno spaventapasseri con la foto di Berlinguer): «Mario! Ti venissero le vene varicose all’uccello!». O alla mamma di Mario che, disperata per quel figlio «rovina del mi’ giorno spontaneo», prova a darlo in sposo a una ragazza zoppa; e lui che, al primo appuntamento, si mette a saltare per la sala per mostrarle l’impeccabile funzionamento meccanico della propria gamba.
Cinquant’anni non bastano a giustificare l’ampiezza del solco segnato nel frattempo non solo dall’ipocrisia, ma da una profonda mutazione antropologica che oggi renderebbe impossibile, per un regista, anche solo pensare un film del genere e, per un produttore, finanziarlo. Certo, anche all’epoca, nel 1977, fu uno shock culturale. Alla prima del film a Bari, il pubblico rimase talmente sconvolto che qualcuno sputò in faccia al produttore Gianni Minervini. Pupi Avati, che co-produceva la pellicola, ha sempre ironizzato sul fatto di essere l’unico produttore ad aver rimesso dei soldi lavorando con Benigni.
Chi amò il film, invece, fu proprio Berlinguer. Racconta Benigni che, mentre si trovava al ristorante del suo hotel in Sardegna per uno spettacolo, il segretario del PCI si avvicinò al suo tavolo e, guardandolo, gli disse semplicemente: «Anche io ti voglio bene». Benigni ha ricordato quel momento come bellissimo e indimenticabile. Fu forse quello l’ultimo istante in cui il potere e la pancia più sbracata del Paese riuscirono a guardarsi negli occhi, riconoscendosi.








