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Esclusiva

Febbraio 17 2020
Patrick rimane in carcere. “No a un altro caso Regeni, il governo faccia di più”

Il commento di Francesca Santoro, attivista di Amnesty International Bologna, dopo il no alla richiesta di scarcerazione avanzata dai legali dello studente egiziano arrestato e torturato lo scorso 7 febbraio.

Nonostante la richiesta di scarcerazione avanzata dai legali, Patrick George Zaky rimane in carcere. «Non mi aspettavo fosse tutto rosa e fiori», dice Francesca Santoro, attivista di Amnesty International Bologna. «Speravamo si potesse interrompere la detenzione Patrik», ma così non è stato. Zaky si trova in carcere da 10 giorni, recentemente è stato traferito nella stazione di polizia di Talkha situata a pochi chilometri da casa sua. Ma chi ha avuto la possibilità di vederlo dice che le sue condizione sono tutto tranne che migliorate.

Nonostante la laurea in farmacia Zaky decide di proseguire gli studi occupandosi di diritti. Si trasferisce in Italia, dove frequenta un master in studi di Genere. «E’ molto difficile che possa tornare nel nostro paese, conosco il modo in cui il regime egiziano si comporta in questi casi» dice Francesca. Quello di Zaky non è di certo il primo episodio di repressione. «Abbiamo anche seguito il caso di Shawkan, un fotoreporter catturato nel 2013 durante le rivolte di piazza Tahrir e tenuto in carcere per molto tempo: la sua detenzione veniva rinnovata ogni 15 giorni – spiega l’attivista – fino a quando non hanno deciso di rilasciarlo, ma è comunque costretto a firmare in procura e non può lasciare l’Egitto». Francesca teme che lo stesso trattamento possa essere riservato pure a Patrik impedendogli così di ritornare a studiare in Italia.

Le due storie combaciano. Anche Zaky a settembre è sceso in piazza Tahriri prendendo parte alle proteste contro il regime di Al-Sisi. Il suo attivismo lo fa entrare nel mirino delle autorità egiziane: la resa dei conti è solo rimandata. Viene arrestato il 7 febbraio al Cairo mentre era di rientro dall’Italia, anche per lui viene decisa la detenzione rinnovabile ogni 15 giorni. «E’ così che opera il regime, i casi come quello di Zaky sono purtroppo all’ordine del giorno in Egitto», spiega Francesca. Carcere preventivo, torture e obbligo di firma. «Contiamo più di 2.300 arresti come questo», uno schema che lascia poco spazio alle proteste degli attivisti che, come Zaky, combattono per i diritti opponendosi al regime.

Non solo il caso del fotoreporter, la storia di Patrik ricorda anche l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso nel 2016 dalle autorità egiziane. «Zaky non è italiano come Giulio, ma studia a Bologna. Questo ci permette di poter agire e l’università può intervenire in maniera molto più importante di quanto Cambridge potesse fare con Giulio, essendo un ricercatore che è una figura più autonoma dello studente». A fare da ponte tra i due casi c’è l’Italia ma «spero che i collegamenti finiscano qua», si augura Francesca. «Il destino di Patrik non può essere quello di Giulio».

L’Egitto non tollera intromissioni. La Camera egiziana ha etichettato come «inaccettabile ingerenza» l’intervento in favore di Patrick del presidente del Parlamento europeo David Sassoli. Zaky, al contrario di Giulio, non è un cittadino italiano e questo rende più difficile l’attività di pressione che l’Italia e l’Europa potrebbero esercitare affinché Zaky possa tornare libero. «Il governo ha il dovere di fare di più – dice l’attivista di Amnesty – non basta mostrare solidarietà alla famiglia, è necessaria una presa di posizione forte, non possiamo essere partner dell’Egitto e allo stesso tempo lasciare che le persone muoiano torturate in galera». Proprio il governo italiano è stato accusato di immobilismo da chi ancora cerca verità per il ricercatore italiano, nonostante le autorità egiziane non abbiano ancora ammesso le proprie responsabilità. «Il fatto che si stia parlando di Patrik è merito di Giulio», è il ragionamento di Francesca.

La prossima udienza è fissata per il 22 febbraio, data i cui i giudici dovranno decidere se prorogare la detenzione di altri 15 giorni o meno. Le accuse a carico di Zaky non lasciano ben sperare, ma nel frattempo l’Italia si mobilita: «Terremo alta l’attenzione su Patrik», promette Francesca. «Una cosa simile non deve accadere mai più».