Esclusiva

25 Marzo 2020.
 
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo 2020
Crisi economica, gli interventi degli Stati Uniti e i problemi europei

Trump punta tutto sulla politica fiscale, l’Unione europea tentenna sugli Eurobond. Il 26 marzo la decisione del Consiglio europeo

Gli Stati Uniti lanciano il più grande pacchetto di stimoli fiscali nella storia moderna. Due trilioni di dollari, duemila miliardi pari a 1,86 trilioni di euro, destinati ai sussidi di disoccupazione e ai pagamenti diretti alle famiglie a basso e medio reddito, oltre a un fondo da 500 miliardi di dollari per assistere le imprese che hanno perso gran parte dei propri clienti.

Il pacchetto include misure volte a incoraggiare le aziende a non licenziare i dipendenti e aumenta gli aiuti per chi ha già perso il lavoro o ha subito una riduzione di orari e salari. Previsti, inoltre, programmi di prestito da 350 miliardi di dollari per le piccole imprese, a condizione che non taglino gli stipendi. 

Frutto di un duro scontro in Congresso tra democratici, repubblicani e la squadra del presidente Donald Trump, l’accordo è stato annunciato al Senato americano da Mitch McConnell, repubblicano del Kentucky e leader di maggioranza: «Per la nostra nazione, è una mole di investimenti paragonabile a quella che si attua in tempo di guerra».

Si tratta del terzo intervento adottato dal Congresso nell’ultimo mese. Erano già stati sottoscritti aiuti per un valore di 8,3 miliardi di dollari e un pacchetto per il congedo retribuito, test gratuiti e sostegno alle famiglie. Per il futuro, non vengono esclusi nuovi provvedimenti.

Crisi economica

Anche l’Europa cerca di contrastare le conseguenze dell’epidemia, ma non mancano le difficoltà. Dopo le iniezioni di liquidità decise dalla Banca centrale europea (Bce), ora al centro del dibattito sono gli Eurobond. Chiamati anche “stability bond”, consistono nell’emissione comune di titoli di debito pubblico tra i Paesi appartenenti all’Unione economica e monetaria (Uem o Eurozona, ossia l’area che riunisce gli Stati dell’Unione europea che adottano l’euro come valuta ufficiale). 

A differenza dei singoli Paesi, l’Unione europea (Ue) non può emettere titoli obbligazionari (o bond) a nome di tutti gli Stati membri. Da qui, l’esigenza di un ente che si occupi dell’emissione. La proposta di Giuseppe Conte, Presidente del consiglio italiano, è utilizzare il Meccanismo europeo di stabilità (Mes, o Fondo salva-Stati), un’organizzazione internazionale a carattere regionale nata per garantire la stabilità finanziaria dell’Uem, anche attraverso l’emissione di titoli. I ricavi che il Mes otterrebbe dalla vendita degli Eurobond verrebbero destinati ai singoli Stati per sostenere le spese eccezionali dovute all’epidemia. L’Italia, per il suo ormai storico debito pubblico, soffre molto nelle crisi globali.

Crisi economica

Favorevoli alla proposta sono Francia, Portogallo, Spagna e la stessa Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea: «Stiamo guardando a tutti gli strumenti e qualunque aiuto verrà utilizzato per mitigare le conseguenze economiche dell’epidemia, questo vale anche per i Coronabonds: se aiutano e se sono correttamente strutturati, saranno usati». 

Il Consiglio europeo di giovedì 26 marzo valuterà la fattibilità della proposta italiana. Dopo il secco “no” arrivato da Amsterdam, a frenare le aspettative è anche il Ministro dell’economia tedesco, Peter Altmaier: «C’è già lo scudo della Bce, non si conducano dibattiti fantasma. Siamo tutti decisi a impedire una nuova crisi del debito in Europa, ovunque si presenti, ma consiglio cautela quando vengono presentati presunti nuovi concetti geniali, che molto spesso sono solo una riedizione di concetti vecchi già respinti». 

Già dalla crisi del 2010-2011 (quando il debito delle economie avanzate era aumentato sensibilmente in conseguenza della grande recessione finanziaria globale) la Germania, insieme a Paesi Bassi e Finlandia, era il Paese più contrario agli Eurobond. L’emissione comune di titoli del debito pubblico comporta infatti una condivisione generalizzata dei rischi (o bail out) in caso di default. I Paesi “core” (cioè i più “virtuosi”, meno indebitati) dovrebbero dunque farsi carico di un onere in più in favore di quelli “periferici”, con un’economia più fragile, tassando i propri contribuenti.

Tuttavia, la crisi del debito sovrano, per alcuni Stati, era imputabile a specifici comportamenti di politica economica (esemplare il caso della Grecia che aveva falsificato il bilancio). Il Coronavirus, invece, colpisce tutti in modo indiscriminato e non ci sono responsabilità specifiche. 

A preoccupare i Paesi del Nord è anche l’utilizzo differenziato delle risorse liberate dalla vendita di Eurobond. Queste, infatti, potrebbero essere investite più in alcuni Stati che in altri, a seconda delle reali necessità di ognuno: «Il che farebbe essenzialmente ricadere il costo netto del finanziamento su altri Paesi», spiega Alessandro Tentori, responsabile dell’ufficio investimenti di AXA Italia, gruppo assicurativo su scala mondiale. 

Crisi economica

Inoltre, la possibilità di agganciare l’emissione di Eurobond al Fondo salva-Stati potrebbe essere subordinata a una rinegoziazione del trattato istitutivo del Mes, «a seconda di come l’emissione di titoli comuni venga strutturata» commenta un operatore finanziario, che non vuole essere citato. Il Meccanismo europeo di stabilità, infatti, è un accordo internazionale e come tale vincola le parti contraenti; un’eventuale sua modifica deve essere approvata da tutti i destinatari del patto. Tra questi, Germania, Finlandia e Paesi Bassi.

A rallentare il varo degli Eurobond contribuisce anche la ormai cronica assenza di un’Unione fiscale. La riscossione delle tasse è demandata ai singoli Stati membri e la Commissione europea si limita a coordinare, armonizzare e controllare le politiche fiscali nazionali. Alessandro Tentori specifica che «ogni ingerenza da parte di altri Paesi piuttosto che di Bruxelles viene vista come un affronto, quasi si trattasse di un atto bellico. Prova ne è lo stigma che fu in passato associato ai programmi di aiuto per la Grecia, la Spagna e il Portogallo. L’allora governo Berlusconi si oppose con fermezza all’ingresso della Trojka [l’insieme dei creditori durante le negoziazioni con gli Stati, ndr] a Roma».

Secondo il responsabile dell’ufficio investimenti di AXA Italia, «un Eurobond è una scelta giusta, ma una tale emissione deve essere necessariamente accompagnata da una condizionalità molto forte, per garantire sia tutti i Paesi co-emittenti come anche i creditori».