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Esclusiva

Maggio 24 2020
Addio ad Alberto Alesina, padre dell’“austerità espansiva”

L’economista pavese è morto negli Stati Uniti mentre faceva hiking con la moglie. A Zeta aveva rilasciato una delle sue ultime interviste

Si spegne a 63 anni Alberto Alesina, economista di fama mondiale e teorico dell’“austerità espansiva” per favorire la ripresa economica. Di recente, aveva sostenuto la necessità di tassare le donne in misura minore per incoraggiare la parità di genere. Più volte aveva “rischiato” di vincere il Premio Nobel grazie al suo lavoro di ricerca presso l’Università di Harvard, di cui aveva diretto il dipartimento economico dal 2003 al 2006. Visiting professor dell’Università Bocconi, era anche volto televisivo e firma autorevole di diverse testate italiane. Oltre alle collaborazioni con La Stampa e il Sole 24 Ore, famoso il suo sodalizio di lungo corso con il collega Francesco Giavazzi: spesso firmavano insieme gli approfondimenti economici del Corriere della Sera. I due, insieme all’economista Carlo Favero, avevano da poco vinto il prestigioso premio Hayek grazie al loro libro “Austerity: When It Works and When It Doesn’t”. A Zeta aveva rilasciato una delle sue ultime interviste, in cui aveva parlato di disoccupazione e del futuro dopo la pandemia.

Negli Stati Uniti, a cosa è dovuta la grande richiesta di sussidi di disoccupazione?

«Il motivo è che molte aziende, piccole e grandi, sono chiuse e che nel mercato del lavoro statunitense è più semplice licenziare relativamente in fretta e quindi tutte queste imprese licenziano per poi assumere di nuovo quando riapriranno. Le persone che hanno perso il lavoro richiedono sussidi. In Europa è più difficile licenziare perché ci sono strumenti come la cassa integrazione che rendono la persona tecnicamente ancora impiegata».

Come si sta comportando la Federal Reserve?

«La Banca centrale statunitense sta iniettando il massimo della liquidità possibile per finanziare il deficit del Tesoro; quest’ultimo ha lanciato un enorme programma di sussidi per sostenere le piccole imprese. Indipendentemente da come lo si faccia, che la si chiami cassa integrazione o sussidio alla disoccupazione, entro certi limiti non fa un enorme differenza. La cosa importante è che c’è un aiuto all’economia finanziato dalla liquidità della Fed».

Cosa preoccupa nel lungo periodo?

«Angoscia il fatto che gran parte dell’economia è chiusa e che ci potrebbe essere una recessione che arrivi fino al 10% o 20% del Pil, seconda solo a quella della Grande Depressione seguita al Crollo della Borsa di Wall Street del 1929. Credo ci sia un bel po’ di cui preoccuparsi. Ci sono comparti economici che soffrono più di altri, dal turismo a certi beni di consumo, ma in generale quando cade la domanda per alcuni settori, poi il crollo si trasferisce ad altri interconnessi».

Chi uscirà più devastato da questa crisi?

«Nessuno lo sa. La cosa più straordinaria di questa crisi è l’enorme incertezza che porta con sé. Gli Stati Uniti hanno, come molti Paesi europei, un debito molto alto, che si alzerà ulteriormente dopo la pandemia. La differenza è che quello statunitense è considerato sicuro, si dà per scontato che non ci sarà mai un default e che gli spread non si alzeranno, anche perché per il momento non è mai successo. Sicuramente, finita la pandemia, molti Stati si ritroveranno con un debito molto alto, soprattutto quelli che lo avevano già elevato. Ci sarà un periodo in cui si dovrà ragionare su come crescere senza che esso diventi un peso insormontabile. È un problema che andrà affrontato più in là, a crisi finita, non adesso».

In che modo la crisi occupazionale potrà essere riassorbita dal sistema?

«Finita la pandemia, l’economia uscirà dalla recessione e tornerà a crescere come prima. C’è anche chi sostiene che dato che i consumi si sono contratti, poi ci sarà un boom perché la gente ricomincerà a spendere, soprattutto se la recessione non durerà troppo: potrebbe essere molto forte così come molto breve. Dal punto di vista del Pil, non credo che cambierà molto nel lungo periodo».