Esclusiva

25 Agosto 2020
Un gallo dal canto d’argento. Le Olimpiadi di Primo Zamparini

Il verdetto dei giudici nega il gradino più alto del podio al pugile marchigiano. Dopo quattro vittorie, la corsa all’oro olimpico si ferma soltanto in finale

«Ero in vantaggio, quella medaglia poteva essere d’oro. Ho perso di mezzo punto, per la preferenza dei giudici». Primo Zamparini racconta la sua avventura olimpica con serenità e un po’ di rammarico. Nato a Fabriano nel 1939, arriva ai Giochi di Roma con poche aspettative e tanta voglia di fare bella figura. Vivendo alla giornata, un pugno dopo l’altro. Fino all’argento.

«Sapevo di poter far bene e pian piano ho iniziato a crederci. Anche se all’inizio non avevo in testa il risultato, ero sicuro di me e non avevo paura di niente. Ho affrontato ogni incontro senza pressioni».

Il boxeur marchigiano combatte nella categoria dei pesi gallo (51-54 chili) e approda in finale dopo quattro vittorie. Batte in successione il greco Panagiotis Kostarellos, il giapponese Katsuo Haga, l’americano Jerry Armstrong e l’australiano Oliver Taylor. «Ogni match è stato difficile. Nel primo incontro mi sono slogato la spalla, riportando anche una ferita sull’occhio. Un massaggiatore di Fabriano mi ha medicato tutte le mattine per alleviare un dolore fastidioso, che ho dovuto sopportare fino alla fine del torneo. Il secondo avversario, nipponico, era un picchiatore della miseria (ride, ndr) e mi ha impegnato più di tutti. Anche Taylor, alto 25 centimetri più di me, è stato difficile da gestire. Ho vinto a modo mio, sempre all’attacco». 

Al PalaEUR, ad attenderlo per la medaglia d’oro c’è il sovietico Oleg Grigor’ev. «La finale è stata tosta. Sono anche riuscito a mettere il mio avversario a terra, come mostrano alcune foto. Alla fine mi ha battuto per un niente, ma vincere una medaglia olimpica a Roma resta la soddisfazione della vita». 

Roma 1960 Zamparini
Zamparini-Grigor’ev, Roma 1960

Zamparini ricorda con piacere i giorni trascorsi nel Villaggio Olimpico. «Eravamo tutti amici, si respirava aria di festa e sono nati bei rapporti con gli atleti stranieri. A cena non mancava occasione di chiacchierare e ricordo che anche Cassius Clay, ogni tanto, si avvicinava al nostro tavolo. Era un simpaticone e qualche volta mi ha fatto pure volare per aria. Non che ci volesse tanto, pesavo poco».

Roma 1960 Zamparini
I “medagliati” del pugilato azzurro alle Olimpiadi di Roma

Dalle parole di quello che è stato un lottatore sul ring, traspare il coraggio di chi si è sempre rimboccato le maniche senza badare al resto. «Combattevo con passione, sapevo soffrire. Poi si figuri, facevo il muratore. Di certo non mi mettevo a piangere di fronte a un po’ di sangue o di fatica. Natalino Rea, uno dei miei maestri in Nazionale, diceva che quando combattevo io poteva anche andare a preparare un altro pugile. Non avevo bisogno di niente». 

Con qualche risata, racconta che per gli atleti era difficile girare nella Capitale senza farsi notare. «In Nazionale si fidavano di me, a differenza di altri potevo anche uscire dal Villaggio per una passeggiata. Un giorno vennero a trovarmi degli amici e mi fermai a parlare con loro. Prima di tornare uno mi chiese la tuta, un altro la giacca… Alla fine rimasi senza niente, ero quasi irriconoscibile. Al rientro, quelli della sicurezza mi dissero: ‘Scusi lei dove va?’».        

Dopo le Olimpiadi, Zamparini passa al professionismo. Il libro della sua carriera, terminata nel 1966, parla di 128 incontri disputati, poche sconfitte e una certezza. «Non sono mai andato per terra, anche se qualche volta mi fischiavano le orecchie (ride, ndr). Ho preso certi montanti alla punta del mento che solo a ripensarci mi viene il mal di testa, ma ho messo tanti avversari ko». 

Roma 1960 Zamparini

Lo storico risultato conquistato a Roma vale per lui la nomina a Cavaliere da parte del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Oggi, dopo tanti anni spesi sul ring, continua a seguire il pugilato per amore. Tra un match in tv e un salto in palestra, con l’occhio attento a nuovi giovani coi guantoni. Sempre a Fabriano, sempre a casa sua. 

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