Esclusiva

17 Settembre 2020
Vent’anni di una rana d’oro. Il trionfo olimpico di Domenico Fioravanti

A Sydney 2000 è stato il primo nuotatore italiano a vincere l’oro ai Giochi, impresa che nel 2012 gli ha consentito l’ingresso nella Swimming Hall of Fame

«Ogni podio internazionale ha un valore enorme, significa che sei tra i migliori. Ma una medaglia d’oro alle Olimpiadi è la massima aspirazione per chiunque, ti apre le porte della leggenda». La voce si interrompe. È come se Domenico Fioravanti ripercorresse con la mente ogni bracciata. Sono passati vent’anni dal giorno in cui il piemontese di Trecate ha scritto la storia del suo sport: primo italiano ai Giochi a diventare campione nel nuoto in corsia.

È il 17 settembre 2000 e al Sydney International Aquatic Centre, davanti a 16.000 spettatori, va in scena la finale dei 100 metri rana. In quarta corsia c’è l’azzurro. L’appassionante testa a testa con lo statunitense Ed Moses e il russo Roman Sloudnov dura una vasca, poi Domenico cambia marcia e vince in 1’00”46. Incredulo, urla di gioia e con rabbia fende l’acqua.

Fioravanti Olimpiadi
photo credits ANSA

«Non sono arrivato in Australia da favorito. Tra avversari di grande valore e un pizzico di scaramanzia, l’obiettivo era la finale. Toccata la piastra, non ero certo di avercela fatta. Un’attesa interminabile, poi lo speaker ha scandito il mio nome. Tre giorni dopo conquista anche i 200 metri, per la prima doppietta nella rana in un’edizione dei Giochi. «Difficile descrivere con precisione quegli istanti, l’emozione ti travolge. Ho iniziato a realizzare al ritorno in Italia. Merito anche dei miei concittadini, che hanno preso d’assalto l’aeroporto per festeggiarmi».

Oggi Fioravanti, classe 1977, ha da tempo interrotto la carriera. In modo prematuro, appena ventiseienne. Nel 2004, durante la preparazione per i Giochi di Atene, gli viene diagnosticata una cardiomiopatia ipertrofica, malattia genetica che determina l’aumento di spessore delle pareti del cuore. Di conseguenza il ventricolo sinistro perde elasticità, accoglie meno sangue dai polmoni e ne pompa un minor volume in circolo. A scopo precauzionale, gli viene impedito di proseguire l’attività agonistica. «Il periodo iniziale è stato quello più complicato. Sono passato dall’essere un atleta ventiquattro ore al giorno a lasciare lo sport che amavo. In un attimo. Per fortuna il tempo è servito a metabolizzare e comprendere cosa davvero conta nella vita».

Opinionista per Rai Sport e poi proprietario di un’azienda di costumi, Domenico è rimasto a contatto con il suo vecchio mondo. Campioni affermati, nuove realtà. Nulla gli sfugge. «La mia disciplina è quella che più si è evoluta. Anche se dal 2000 si sono distinti ranisti eccellenti, oggi l’inglese Adam Peaty è il padrone incontrastato. Quando dai oltre un secondo ai tuoi avversari è più difficile perdere che vincere. Ma l’Olimpiade è una gara a sé, nella quale tutto può succedere».

Vent’anni di una rana d’oro. Il trionfo olimpico di Domenico Fioravanti
photo credits ANSA

Quei due ori di Fioravanti tracceranno la strada per altri successi azzurri: da Massimiliano Rosolino, sempre a Sydney nei 200 misti, a Federica Pellegrini, otto anni dopo a Pechino, stessa distanza ma a stile libero. Fino a Gregorio Paltrinieri, re dei 1500 metri a Rio de Janeiro. Domenico lo sa, ma non lo considera l’aspetto più importante: «Lo sport è sport, a prescindere dal gradino del podio. Passione, sacrificio e forza di volontà sono gli strumenti per superare i propri limiti. È quella la sfida, il vero obiettivo. Bracciata dopo bracciata».