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Esclusiva

Dicembre 16 2020.
 
Ultimo aggiornamento: Marzo 25 2021
«La Thailandia appartiene al popolo», le proteste di Free Youth

Il movimento degli studenti contesta la monarchia secolare e il governo militare. Raimondo Bultrini, corrispondente di Repubblica dall’Asia, racconta le proteste

«Viva la nazione thailandese, vittoria, urrà!». Finisce così l’inno nazionale della Thailandia mentre la gente nei parchi riprende a passeggiare o chiacchierare dopo aver ascoltato in silenzio e in piedi tutta la canzone. Una scena che si ripete ogni giorno nei luoghi pubblici del paese, prima alle otto del mattino e poi alle 18. Ma negli ultimi mesi durante il momento solenne un gruppo di ragazzi ha alzato il braccio al cielo con tre dita tese, simbolo della rivolta preso in prestito dal film americano Hunger Games, per protestare contro il governo del generale Prayuth Chan-ocha e il re Maha Vajiralongkorn. «La prima volta che ho visto questo simbolo a Chang Mai è stato in un momento come questo, quando nella capitale si parlava ancora timidamente delle riforme costituzionali», racconta Raimondo Bultrini, corrispondente di Repubblica dall’Asia.

In Thailandia, da cinque mesi il movimento degli studenti sta incrinando il tabù secolare della monarchia. Una dinastia, quella dei Chakri, che regna da due secoli e mezzo e che possiede tutte le ricchezze del paese. Il re in carica , dopo la morte del padre, ha assunto il pieno potere dell’Agenzia della Proprietà della Corona che gestisce i beni immobili e non della casa reale: «Stiamo parlando di minimo 40miliardi di dollari», specifica Bultrini. Una cifra che continua ad aumentare perché la monarchia riscuote dai cittadini una quota di tasse e donazioni per attività caritatevoli. «A causa della pandemia, molta gente in Thailandia ha perso il lavoro visto che il paese vive di turismo. Adesso circa un terzo delle famiglie sopravvive grazie a debiti e usura, mentre il re e le sue concubine vivono nel lusso dei grandi hotel all’estero con i soldi dei cittadini». Una parte del popolo però venera ancora la famiglia reale, mentre i ragazzi sono stanchi di inginocchiarsi e hanno preso d’assalto i grandi ritratti affissi nei luoghi pubblici. Come successo anche in altri paesi, come Hong Kong e Taiwan con cui i giovani thailandesi hanno creato il movimento di solidarietà democratica “Milk and tea alliance”, sono i giovani a prendere coscienza di tutto questo e lottare per il proprio futuro.

Da piccole azioni di protesta come quelle dei “bad students” che sono andati a scuola senza la classica divisa e con i capelli sciolti al posto della coda di cavallo richiesta dai regolamenti scolastici fino ad azioni più incisive: Il 19 settembre a mezzanotte Panusaya Sithijirawattanakul, uno dei leader del movimento degli studenti chiamato “Free Youth”, ha letto i dieci punti del manifesto per la riforma della costituzione. «C’erano almeno 20mila persone- racconta Bultrini che era lì per scrivere il suo articolo – La folla si è gettata sui cancelli del palazzo reale ed è stata respinta dalla polizia. Ma quel momento ha segnato un punto di svolta importante nella storia del paese. Questi ragazzi hanno lanciato una sfida al governo». “Il paese appartiene al popolo” recita la targa posta nel parco, chiuso al pubblico, accanto al palazzo reale. Non è solo una sfida ai tre pilastri di nazione, monarchia e religione, ma anche una commemorazione della targa posta con la fine della monarchia assoluta nel 1932 e misteriosamente rimossa nel 2017 quando il re Maha Vajiralongkorn ha preso il potere. «Anche questa targa è stata rimossa dalla polizia, ma il movimento non si è dato per vinto: non è importante che sia per terra perché è già dentro ognuno di noi, hanno detto gli studenti».

«I ragazzi che oggi formano il movimento “Youth Free” sono ereditari proprio delle proteste che nel 1932 hanno portato alla monarchia costituzionale e degli scontri del 2010 tra camicie rosse pro democrazia e le camicie gialle che sostenevano la monarchia». La legge contro la lesa maestà, al centro delle riforme richieste, è in vigore perché l’attuale primo ministro, al potere dopo il golpe del 2014, ha ritenuto che fosse necessaria per proteggere la monarchia dopo che Thaksin Shinawatra, ex primo ministro sostenuto dalle camicie rosse, aveva minato l’istituzione. «In molti sono figli di ex camicie rosse o appartengono a famiglie della piccola e media borghesia. Sono stanchi dello strapotere della monarchia». Gli studenti chiedono le dimissioni del primo ministro, una nuova costituzione democratica, la riforma della monarchia, la fine della repressione per gli attivisti e la riforma della costituzione.

Pansuaya è stata arrestata insieme ad altri 22 attivisti per aver oltraggiato la famiglia reale con il suo discorso e rischia dai tre ai quindici anni di carcere. In Thailandia, la legge contro la lesa maestà è una delle più rigide: «Durante una manifestazione quando la Rolls Royce della regina ha attraverso la folla dei manifestanti per accedere al palazzo nessuno si è spostato per farla passare. I manifestanti hanno alzato le tre dita, mentre per qualcuno è bastato uno solo». L’effetto è stato immediato e tre ragazzi sono stati accusati di aggressione. La legge di lesa maestà è il mezzo usato dal governo contro la libertà di parola e le riforme, «Lo si capisce dal fatto che non è stata usata per anni ed è tronata in vigore adesso perché i precedenti tentativi, come il divieto di raduni per il covid-19, non hanno funzionato», spiega Raimondo.

«Non credo che queste manifestazioni avranno la forza necessaria per portare il cambiamento, ma hanno innescato un meccanismo politico che forse sarà capace di condizionare il futuro dei rapporti di forza tra potere civile e monarchico».  Ma questo sembra essere solo l’inizio per questi ragazzi. Arnon Nampa, un avvocato per i diritti umani che è diventato uno dei volti più importanti del movimento ha annunciato il 14 dicembre che l’apparente tregua delle proteste non durerà ancora molto. «Faremo una pausa, torneremo l’anno prossimo con più intensità e maggiore affluenza», ha detto ai giornalisti locali.