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Esclusiva

Gennaio 3 2021
I Baffi di Carrère, una buona ragione per non radersi

Un racconto che catapulta il lettore all’interno della psiche di un architetto che, per pura vanità, decide di tagliarsi i baffi, ma finisce per perdere sé stesso.

È il desiderio di guardarsi allo specchio e di ritrovarsi davanti un’altra persona, che spinge gli uomini a dare un taglio netto alla peluria che circonda il proprio volto. Curiosità o voglia di cambiamento, i baffi fanno parte della personalità di chi li porta, tagliarli è un po’ come rinnegare se stessi. Infatti ne I Baffi – romanzo di Emmanuel Carrère edito da Adelphi – il nome del protagonista non viene mai esplicitato. Lui è un architetto che decide di separarsi dai suoi baffi quasi per gioco: «Che ne diresti se mi tagliassi i baffi?», chiede alla moglie, Agnes, senza neanche crederci troppo. È la prima stringa di parole che compare nel libro, dopodiché seguirà il gesto: la lametta che corre lungo il viso, i fiocchi di peli risucchiati dal sifone del lavandino. Esce dal bagno, sbarbato, ma per gli altri – amici, colleghi, sua moglie – è come se i baffi, in realtà, non li avesse mai portati. Nessuno si accorge del cambiamento, nessuno si ricorda della folta peluria sopra le labbra. Ora il protagonista oscilla ossessivamente tra due ipotesi: uno scherzo giocato dalla moglie o, peggio, dalla testa. 

I Baffi di Carrère, una buona ragione per non radersi
I Baffi – Emmanuel Carrère

Il personaggio di Carrére è un architetto alle prese con una vita tranquilla: una casa, una moglie e un lavoro. Ma finisce per entrare in crisi grazie ad un gesto di semplice vanità. I baffi li aveva sempre avuti. La moglie lo aveva conosciuto così, come la maggior parte delle persone che lo circondano: dai colleghi, al tabaccaio sotto l’ufficio. Nessuno si ricorda di quella folta peluria che circondava il labbro superiore: d’un tratto è come se non l’avesse mai avuta. Inizialmente pensa che il tutto sia uno scherzo messo in piedi dalla moglie, inguaribile burlona. Un’ipotesi che però si scontra con la realtà dei fatti, che tramonta lasciando spazio alla convinzione di essere diventato completamente pazzo. L’architetto, dunque, prova a dimostrare disperatamente l’esistenza dei suoi baffi, si mette alla ricerca di una serie di prove da consegnare a chi lo considera fuori di sé, Agnes in primis. Un’azione, quest’ultima, che in realtà nasconde la ricerca interiore di un Io ormai smarrito.

Da qui inizia il declino psicologico del protagonista, alle prese con una crisi esistenziale in cui tutte le convinzioni svaniscono all’improvviso. L’unica soluzione possibile è quella di mollare tutto, correre lontano, dimenticarsi del passato, della vita a Parigi: città che fa da cornice ad un racconto che – attraverso chi narra – risucchia il lettore nella mente stanca del personaggio. Dalla capitale francese, il racconto si sposta ad Hong Kong: un luogo sconosciuto al protagonista, dove tutto è nuovo e niente ha bisogno di essere ricordato. L’architetto scappa da Parigi per perdersi tra le luci di una città moderna, individualista. Tutto quello di cui ha bisogno per dimenticare se stesso e un passato che sfugge, di giorno in giorno.

Nel romanzo l’autore è l’esploratore introspettivo di una mente in preda al tormento. Per questo durante la lettura ci si ritrova catapultati nella psiche del personaggio. La storia è surreale, certo, ma con questo romanzo Carrére cerca di costruire una metafora per raccontare la realtà dello smarrimento, della disperata ricerca di un’identità, di qualcosa a cui aggrapparsi per riconoscersi, per guardarsi allo specchio e dire: “Sì, sono io”. Perché scorrendo le pagine de I Baffi è facile che nel lettore si facciano largo gli stessi dubbi del protagonista, ragion per cui si arriva ad una conclusione: “Meglio lasciare i baffi lì dove sono”.