Esclusiva

5 Marzo 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 7 Marzo 2021
«Umano prima che spirituale», il viaggio storico di Francesco in Iraq

In esclusiva per Zeta l’intervista al Padre gesuita egiziano Samir Khalil Samir, esperto di relazioni tra cristianesimo e Islam e consulente per numerosi uomini di Chiesa e politici europei e medio orientali

Filosofo, teologo, islamologo e attento studioso delle relazioni religiose e politiche tra cristianesimo e Islam, il gesuita Padre Samir Khalil Samir, classe 1938, è tra i massimi esperti al mondo della storia e della teologia islamica. Professore al Pontificio Istituto Orientale di Roma e alla Université Saint-Joseph di Beirut e autore di oltre 60 libri e 1500 articoli accademici, Khalil Samir ha definito «di un’importanza senza precedenti» il viaggio di Papa Francesco in Iraq dal 5 all’8 marzo, rispondendo dal Libano alle domande di Zeta.

Perché questo viaggio di Papa Francesco in Iraq è stato definito da più parti come “storico”?

Nessun Papa ha mai visitato l’Iraq, questo è già un passo in avanti, non il primo di questo Papa. È già stato negli Emirati Arabi Uniti nel 2019, segnando una profonda amicizia con il capo dell’Islam in Egitto, l’Imam al-Ahzar Ahmad al-Tayyib, rettore dell’Università islamica al-Azhar del Cairo, che è punto di riferimento mondiale per tutti gli imam. L’Iraq ha una maggioranza islamica perlopiù aperta alle altre visioni spirituali, e per questo i musulmani iracheni da sempre sono bersaglio dei fedeli più integralisti. È soprattutto a loro che il Papa vorrà parlare in sincerità e in amicizia.

Nel 1999 Giovanni Paolo II fu costretto ad annullare il suo viaggio in Iraq per motivi di sicurezza. Quanto è cambiato il paese alla luce degli scontri degli ultimi 21 anni?

Non c’è mai stato un Papa che abbia compiuto un passo così importante verso il Medio Oriente e l’Islam, questa è una novità assoluta. C’era il desiderio di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI di visitare l’Iraq ma per diversi motivi non fu mai possibile. Papa Francesco dopo l’incontro di Abu Dhabi del 2019 ha contribuito alla creazione di un documento ufficiale che è piaciuto a quasi tutti i principali esponenti di spicco dell’Islam, e infatti le maggiori critiche arrivarono solamente da parte della Chiesa cattolica. Il testo parlava esplicitamente di “fraternità umana” e “pace mondiale per una coesistenza comune”. Fu un gesto straordinario, tanto che questo documento è stato preso come fondamento per il viaggio in Iraq. Tutto ciò vuol dire che il Papa ha agito con gradualità e saggezza in questo suo avvicinamento storico.

Dal punto di vista teologico soprattutto islamico, perché visitare l’Iraq ha un significato ancora più diverso?

In Iraq la divisione tra sciiti e sunniti è costata molta sofferenza per tutti i musulmani del paese. Da anni però la componente islamica moderata è diventata maggioranza, paradossalmente attaccata nell’ultimo decennio dalle correnti rigoriste che hanno assunto spesso comportamenti violenti attraverso gruppi autonomi di potere. Penso per questo ci sia un’apertura più naturale verso l’accoglienza dello straniero in Iraq: dalle autorità civili fino a quelle religiose tutti vedono l’arrivo del Papa come un’opportunità di pace.

«Umano prima che spirituale», il viaggio storico di Francesco in Iraq
Padre Samir Khalil Samir

Quali comunità cristiane troverà il Papa in Iraq? Chi sono e come vivono i cristiani iracheni?

La maggior parte dei cristiani non sono né cattolici né ortodossi, ma di altre confessioni. Papa Francesco vuole rivolgersi a tutti i cristiani presenti in Iraq. La sua forza risiede proprio nell’aprirsi sia ai cittadini musulmani che a quelli non cattolici, che hanno subìto negli ultimi anni le stesse sofferenze di tutti gli altri cittadini. Più volte il Papa ha detto che il martirio non è esclusività dei cattolici, ma di tutti i cristiani. Questo viaggio dunque serve anche a rafforzare l’ecumenismo non solo con la fede islamica ma soprattutto con le altre confessioni cristiane.

Come possiamo definire oggi i rapporti diplomatici tra l’Islam e il cattolicesimo della Santa Sede nel mondo?

Guardando al passato, senza dubbio stiamo assistendo a dei miglioramenti senza precedenti. Prima con gli Emirati Arabi Uniti e adesso con l’Iraq il Papa ha voluto seminare gesti importanti di pace e di avvicinamento. In alcuni casi, soprattutto dall’ala più rigorista dell’Islam sunnita che fa capo all’Arabia Saudita, numerose porte gli sono state chiuse. Ma lui ha reagito col silenzio non cedendo mai all’arrendevolezza, anteponendo sempre la proposta allo scontro. L’Arabia Saudita è molto resistente in questo, perché non accetta qualsiasi altro tipo di visione dell’Islam che non appartenga alla sua. L’Islam non ha una spiritualità forte ed autonoma, ma è imbrigliato da sempre con la politica e con il potere degli Stati. Lo scontro tra fazioni interne all’Islam è molto diverso da quello tra cattolici e protestanti che ha segnato l’Europa per secoli. Le divisioni tra cristiani sono state superate dall’inizio del ‘900, per i musulmani è ancora molto complicato parlare di amicizia interna, soprattutto in Medio Oriente dove la dominazione dei popoli ha avuto la meglio sulle singole scelte di fede. Per questo la paura da parte loro è che un Papa come Francesco possa intromettersi nei loro affari interni, ma non è così.

Crede che Papa Francesco possa influire non solo sul futuro spirituale e teologico ma anche geopolitico del Medio Oriente?

L’Islam predilige da sempre l’unità in tutto: la teologia ortodossa musulmana decide su ogni piccolo particolare della vita pubblica sociale, economica e politica. Generalizzando e chiedendo “fraternità umana mondiale” il Papa parla a tutti gli uomini della Terra, senza voler occuparsi di riforme teologiche di altre religioni. Parla alla semplice umanità delle singole persone, non cerca di cambiarle ma di camminare con loro nelle differenze reciproche, per il bene di tutti. Se siamo riusciti a fare un passo avanti, un passo fraterno tra fedi diverse e tra fazioni all’interno dell’Islam, ancora oggi lacerato, i popoli potranno riconnettersi prima sotto l’aspetto umano, poi (con l’aiuto di Dio) religiosamente. Questo è ciò che noi cristiani vogliamo per loro. Vivendo fraternamente tra cristiani e musulmani, cercando il bene comune a tutti, rinunciando a ogni dominio mentale dell’altro, credo noi potrebbe farlo accadere. Ma questo presuppone inizialmente la rinuncia a qualsiasi mentalità prepotente. Questo è ciò che tutti speriamo e ci sforziamo di ottenere: accettare le differenze che esistono tra di noi, purché non siano fondamentalmente opposte. Possa Dio aprire i cuori di ciascuno di noi!