Esclusiva

29 Marzo 2021
Long COVID, quel mostro sotto al letto dei bambini

Gli effetti a medio e lungo termine dell’infezione da Sars-CoV-2 non coinvolgono solo gli adulti. La storia di Giuseppe e gli studi della comunità scientifica

«Maledetta malattia. E pensare che qualcuno ancora non ci crede. “È solo un’influenza”, hanno il coraggio di dire. Ma io voglio parlare, dare voce alla mia disperazione. La situazione che sta vivendo mio figlio deve essere d’insegnamento. Sappiatelo, anche i più giovani sono coinvolti».

La voce di Cosimo – per tutti ‘Mimmo’ –  è decisa, ma stanca. Carabiniere, 46 anni, vive con la famiglia a Palazzo San Gervasio, comune di 5.000 abitanti in provincia di Potenza. Suo figlio Giuseppe è uno scricciolo di 11 anni, 30 kg e nemmeno 150 cm di altezza. Da quattro mesi combatte con il Long COVID, parola che indica gli effetti a medio e lungo termine dell’infezione da Sars-CoV-2. 

Un quadro ormai riconosciuto dalla comunità scientifica, ma con aspetti ancora da chiarire. Uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet, svolto su 1.733 pazienti di Wuhan, epicentro della pandemia, ha individuato sintomi persistenti nel 76% dei casi fino a sei mesi dopo la diagnosi. Al momento, però, mancano dati approfonditi sull’infanzia. 

Non solo. Un’indagine internazionale online anonima, in fase di valutazione (peer review), ha coinvolto i genitori di 510 bambini con sintomi costanti, riferibili a COVID-19. Il 4,3% di loro era stato ospedalizzato e, in media, il quadro clinico era presente da oltre 8 mesi, caratterizzato da stanchezza, mal di testa, dolori addominali, muscolari e articolari, continui nel 49,4% dei casi; il 19%, invece, aveva alternato periodi di buona salute a ricadute. Solo il 10% era guarito del tutto.

Un incubo senza fine, come confermato da Mimmo. Tutto inizia lo scorso 21 ottobre, quando Giuseppe torna da scuola. Non sta bene, ha 37,8°C di febbre. Il giorno successivo, un compagno di classe risulta positivo al COVID-19. Il tracciamento e i test diagnostici confermeranno il contagio. Anche Mimmo, la moglie Assunta e Federica, l’altra figlia di 17 anni, sono coinvolti. In pochi giorni stanno meglio, chi invece fatica a riprendersi è il ragazzo

Febbricola, affanno, stanchezza cronica, tremori, emicrania. Tutti i giorni. Prova a tenersi impegnato, ma gli mancano le forze. A volte è costretto a spegnere la televisione perché seguire un film è troppo difficile. Figurarsi la didattica a distanza. Sono lontani i tempi della scuola calcio, per lui che è tifoso dell’Inter e come idolo ha il belga Romelu Lukaku. 

Long COVID, quel mostro sotto al letto dei bambini

Niente odore dell’erba, grida dell’allenatore, dribbling. Solo una stanza che ogni giorno sembra sempre più piccola. «Faticava a fare il corridoio – afferma Mimmo – Lo vedevo triste, non aveva energie e voglia di stare con nessuno. In questi mesi sarà uscito al massimo cinque volte». 

E quelle non sono occasioni divertenti. Analisi del sangue, gli accertamenti più vari, sempre con lo stesso esito: negativo. Come i tamponi di controllo. Incredulità, sconforto, in casa il clima è teso. A volte si perde la calma. Cos’ha Giuseppe? Il primo a intuire la situazione è il medico di base: «Di sicuro c’entra il Covid», afferma. 

Stessa idea di Franca, pediatra amica di famiglia, che intorno alla metà di febbraio pubblica in maniera anonima la storia del ragazzo su un blog. Le risponde una collega, che nella sintomatologia descritta riconosce le conseguenze del coronavirus e consiglia di contattare il Policlinico Gemelli di Roma, dove è stato aperto un ambulatorio specifico per casi come questo. 

Mimmo ci pensa e scrive una mail. Dopo poche ora lo contatta il dottor Danilo Buonsenso, infettivologo pediatra presso l’ospedale romano. Viene prenotata una visita: il 5 marzo 2021 è la data che restituisce speranza alla famiglia lucana. Qualcosa a cui aggrapparsi, dopo mesi di incertezza e buio. Lo studio è sperimentale, ma promettente. Vale la pena tentare. 

«Abbiamo solo voglia di testimoniare – sostiene mamma Assunta – più passa il tempo, peggio è. Siamo a pezzi, ma l’intervento del Gemelli dà fiducia. Abbiamo passato mesi terribili, senza risposte. Tanti i dubbi, “Forse sono eccessiva io, troppo protettiva”, mi dicevo. “Solo mio figlio ha questo problema?”». Anche la voce di Mimmo ora è più sollevata. «Giuseppe prende un integratore. Ha sempre la febbricola, ma sembra stia meglio. Vuole giocare e battermi a Burraco. Ha imparato in questi mesi, ora è un vero campione». 

Fin dall’inizio della pandemia, si è parlato poco degli effetti del virus sui più piccoli, considerati tra i soggetti meno a rischio. Per il dottor Buonsenso, però, «non è vero che non sono interessati da COVID-19. Bisogna porre l’attenzione su di loro, perché spesso dimenticati». 

Sottoponendo ad analisi sierologica i bambini che convivevano con adulti ricoverati presso il Policlinico, il pediatra e la sua équipe hanno riscontrato che quasi il 50% aveva sviluppato anticorpi, ma appena un terzo era stato riconosciuto come caso conclamato. «Questo perché – spiega il medico – solo due bimbi avevano avuto bisogno di valutazione ospedaliera, e nei primi mesi della pandemia era molto difficile accedere ai test diagnostici». 

Da questi numeri, una domanda: il Long COVID attacca anche il mondo dell’infanzia? «Abbiamo sviluppato un protocollo internazionale – continua Buonsenso – attivo in tutta Europa, in sperimentazione da settembre, dove sottoponiamo a indagine le famiglie di bambini contagiati. Osservando i dati della prima fase di studio, che riguarda 129 pazienti tra gli undici e i quindici anni, ci ha colpito che un terzo presentava ancora uno o due sintomi, un quarto almeno tre. Questo nonostante il sondaggio fosse stato somministrato in media centosessanta giorni dopo la diagnosi iniziale». 

Ma le sorprese non erano finite. «Ci ha impressionato – sottolinea il pediatra – che quasi il 50% dei pazienti intervistati lamentava disturbi dopo oltre centoventi giorni. Problemi respiratori, dolori muscolari e articolari, cefalea, insonnia, rash cutanei e palpitazioni erano riscontrabili dal 3% al 20% dei bambini. Un impatto sociale, emotivo ed educativo notevole, soprattutto se traslato su numeri più ampi». 

Per il medico, «il dato più interessante è stato riscontrarli in quelli con una diagnosi iniziale di COVID-19 asintomatico, ma soprattutto in chi aveva avuto una forma lieve e non aveva richiesto il ricovero. A conferma di quanto osservato negli adulti». 

Long COVID, quel mostro sotto al letto dei bambini

Da qui, la necessità di continuare a seguire i più piccoli, a prescindere dalla situazione iniziale. Molti sintomi, infatti, persistono oltre il quarto mese. «Abbiamo chiesto ai genitori – continua il pediatra – se questo quadro avesse avuto conseguenze sulla qualità della vita: il 10% lo ha confermato». 

A breve, i dati che si avranno a disposizione saranno molto più ampi. «Rispetto alla prima fase dello studio – quella presa in esame – i numeri sono raddoppiati, grazie all’intervento dei pediatri di libera scelta della Federazione Italiana Medici Pediatri di Roma [dottori di fiducia che si occupano di prevenzione, cura e riabilitazione dei più piccoli tra 0 e 14 anni, ndr]. Stanno svolgendo un ruolo fondamentale, considerando che la gran parte di questi non ha bisogno di un ricovero e quindi sfugge ai grandi centri ospedalieri».

La storia di Giuseppe, e di tanti altri bambini e adolescenti, è un monito per tutta la comunità scientifica: il Long COVID va compreso e il suo impatto riconosciuto anche in età pediatrica, per non ridurlo a conseguenze psicologiche della pandemia. Solo così ci saranno risposte per Mimmo e tante altre famiglie.