Esclusiva

9 Aprile 2021
Contact tracing, un anno dopo

A un anno dello scoppio della pandemia l’analisi sull’andamento di Immuni e un confronto con le altre app europee

Era giugno 2020, quando in piena pandemia, il governo italiano presieduto da Giuseppe Conte, annunciò la nascita di Immuni, app volta al contact tracing, ovvero un ulteriore aiuto che la tecnologia ha messo a disposizione della comunità per contenere il coronavirus. Dopo quasi un anno è risultata efficace? Che fine ha fatto? Come mai è scomparsa dalle prime posizioni degli store digitali?

Al 5 aprile 2021, i dati ci dicono che Immuni è stata scaricata negli smartphone degli italiani 10.407.111 volte e ha contribuito tramite le sue 95.441 notifiche inviate, a “scoprire” solamente 15.847 utenti risultati positivi, molti meno di quelli che attualmente contraggono il virus in un solo giorno. Inizialmente, i dubbi sorti sulla privacy e sul tracciamento hanno rallentato il diffondersi dell’app e i risultati ottenuti non sono confortanti. Nella maggior parte dei casi Immuni non ha funzionato a dovere e spesso i problemi tecnici non hanno permesso all’app di svolgere al meglio la sua funzione primaria: contenere il contagio. Solamente a partire da ottobre dell’anno scorso Immuni ha iniziato a inviare un numero soddisfacente di notifiche, ma comunque gli utenti positivi segnalati sono risultati comunque una minima parte.

Però, sempre a partire da ottobre, ovvero dall’inizio della seconda ondata epidemiologica, il numero di download è crollato. Infatti, dopo una prima fase nella quale l’app ogni giorno veniva scaricata da migliaia di persone, Immuni ha subito una brusca frenata. Nel mese di gennaio è stata scaricata circa 131mila volte, mentre a marzo solo 55mila: neanche la metà rispetto a inizio anno.

Una curiosità: osservando invece il numero dei download dell’app IoPago (10.906.948), necessaria per usufruire del cashback di Stato, è facile constatare come un sistema per il rimborso spesa abbia avuto più successo rispetto a un’app creata per tutelare la salute individuale e collettiva. Al contrario di Immuni, infatti, gli utenti di IoPago non sembrano essersi fatti intimorire dalla questione legata alla raccolta dati e al rispetto della privacy. Per ora le app, entrambe disponibili da giugno, hanno circa lo stesso numero di download, ma il numero di utenti registrato da IoPago a partire da dicembre (mese in cui è iniziato il cashback) non è paragonabile a quello registrato da Immuni durante i suoi primi giorni di vita. Prendendo l’ultima data disponibile nel set di dati (8 aprile 2021) IoPago è stata scaricata da quasi 17mila persone. Immuni il 5 aprile (ultimo dato disponibile) è arrivata solo a 1.535 download.

Il contact tracing non è di certo l’unica soluzione per porre fine alla pandemia, ma è sicuramente un aiuto concreto nel prevenire nuovi focolai. Uno studio pubblicato all’inizio di marzo sulla rivista Nature Communications ha rilevato con varie simulazioni l’effetto del tracciamento digitale. Come scritto da Ansa: «uno degli aspetti innovativi dello studio – sottolineano gli autori – è che fornisce criteri quantitativi per valutare l’efficacia del contact tracing digitale in funzione di alcuni parametri critici, come il ritardo nell’isolamento degli individui allertati ed il livello di adozione dell’app nella popolazione». In pratica, quello che si evince è che le app di contact tracing, se aggiunte in un più ampio contesto di strategia di isolamento, uso di mascherine e distanziamento, funzionano. Come ha fatto notare Wired, questo si collega allo studio di Luca Ferretti del Big Data Institute dell’università di Oxford che spiega che «per ogni aumento dell’1% degli utenti di un app di contact tracing, una volta superata la soglia del 15% di utenti sul totale nazionale, il tracciamento contribuirebbe a una riduzione delle nuove infezioni dallo 0,8% al 2,3%». In Italia, visti i problemi “strutturali” sorti nell’utilizzo di Immuni, è stato deciso che chi è risultato positivo al Covid-19, potrà segnalare la propria positività in autonomia inserendo il codice univoco nazionale che verrà generato nell’ipotetico referto del tampone. Questo dovrebbe permettere all’applicazione di inviare più rapidamente le notifiche agli utenti entrati in contatto con quella determinata persona. Negli altri Paesi sono arrivati dei buoni risultati e ad esempio, l’app spagnola Radar Covid ha notificato il doppio del numero degli individui rispetto al classico tracciamento e in vari paper accademici figura anche l’applicazione svizzera SwissCovid che, grazie alle notifiche, è riuscita a far entrare in quarantena gli individui al di fuori del nucleo famigliare un giorno prima rispetto a quelli notificati tramite il tracciamento manuale.

Europa in ordine sparso

Nell’Unione Europea quasi tutti gli Stati membri hanno sviluppato un’applicazione per il tracciamento dei contagi e con risultati simili all’Italia in termini di utilizzatori. In nessuno dei 27 Paesi, infatti, c’è stato un vero e proprio boom di download. Ma quello della scarsa diffusione non è l’unico “intoppo” che le app anti-covid hanno incontrato lungo il loro percorso. Un altro problema sta nella cosiddetta interoperabilità, ovvero nella possibilità di far dialogare le varie app sviluppate nel continente creando un unico sistema di tracciamento al livello europeo. Un obiettivo che si erano dati i Paesi membri durante la prima fase dell’emergenza, quando – sul modello di Corea del Sud, Cina e Taiwan – la creazione di un sistema di tracciamento via smartphone veniva ancora considerata cruciale nella lotta al Covid-19.

A un anno di distanza, quasi tutti i Paesi hanno sviluppato un’app di tracing, ma con un tasso di utilizzo bassissimo e, in alcuni casi, incompatibili con il sistema messo a punto dalla Commissione Ue: il gateway. Si tratta di un meccanismo che rende compatibili e interoperabili le singole applicazioni sviluppate in Europa. Un sistema, questo, che consentirebbe di monitorare i contagi su vasta scala, se solo tutti i Paesi avessero seguito le indicazioni durante la fase di sviluppo. Solo le applicazioni con un sistema detto “decentralizzato”, infatti, possono aderire al tracciamento integrato. Una strada intrapresa da 20 paesi su 27, ma 5 di questi (Portogallo, Estonia, Malta, Repubblica Ceca e Lituania) non hanno ancora aderito al gateway, nonostante questo sia in vigore da cinque mesi. Altri, invece, come Francia e Ungheria, hanno optato per un sistema “centralizzato” che, a differenza di quello scelto dagli altri 20, carica su un unico server la maggior parte dei dati scambiati dalle applicazioni. Gli stessi dati che, con un sistema “decentralizzato”, rimarrebbero sugli smartphone degli utenti, invece di passare per un server centrale. Al di là del dibattito sulla privacy – tuttora aperto – che coinvolge questi due sistemi, la scelta solitaria di Francia e Ungheria ha creato un cortocircuito nel piano europeo.

Una differenza, questa, che si somma ad un problema tutto interno ai Paesi europei: la scarsa adesione dei cittadini alla causa del contact tracing. In Italia, durante il lancio di Immuni, Paola Pisano, ministra per la Digitalizzazione nel precedente governo, dichiarò che per essere efficace l’applicazione avrebbe dovuto raggiungere almeno il 60% della popolazione. Obiettivo mancato, di nuovo. Immuni, disponibile da giugno 2021, è stata scaricata da appena il 17% degli italiani: neanche la metà della soglia prestabilita. Anche la spagnola Radar Covid è ferma al 15%, due punti in meno rispetto all’app italiana. Va un po’ meglio la Francia che con Tous Anti Covid ha raggiunto circa il 20% della popolazione. Viaggiano su altri numeri, invece, la tedesca Corona Warn App e la britannica NHS Covid-19, entrambe con percentuali di copertura superiori, seppur di poco, al 30%. Meglio, ma ancora troppo lontane dalla soglia di efficacia.

“To give a good example”, l’app di tracciamento inglese

Lo scorso mese il primo ministro inglese Boris Johnson ha annunciato l’inizio di una nuova fase nella lotta del Covid-19 nel Paese. «Una lunga strada verso la libertà», afferma in modo composto e con la voce rauca, che porterà il Regno Unito alla fine di tutte le restrizioni entro giugno. Una strategia in quattro fasi che prevede una campagna di vaccinazione rapida e organizzata, ormai 28 milioni di cittadini hanno ricevuto almeno una dose del vaccino, e rigide restrizioni che hanno interessato il Paese per mesi. Oggi, ad un anno dallo scoppio della pandemia, in Inghilterra i numeri dei contagi e dei morti sono di gran lunga minori. Nelle ultime 24 ore (9 aprile) i morti sono stati 53, mentre in Italia 487. Ma per riportare le cifre sotto controllo non hanno aiutato solo vaccini e restrizioni, ma ha avuto un ruolo fondamentale anche l’utilizzo dell’app di tracciamento nazionale: Nhs Covid-19 App.

Doriana, origine pugliese ma in Inghilterra ormai da anni, racconta che era dicembre quando ha ricevuto la notifica con l’avviso di essere entrata a contatto con un positivo. «Non so come sia successo però ho prenotato subito un tampone rapido attraverso l’app», un modo molto più semplice e veloce rispetto a quello che ha sentito fare da molti suoi amici in Italia. «È passato un anno, ma ancora non siamo abituati a leggere sull’esito la parola: positivo», e così anche per Doriana ci è voluto un po’ di tempo sola con se stessa, in quarantena, per accertarlo. «Mi sono ricomposta e ho scannerizzato il risultato del tampone per inserirlo nell’app. Nella mia cerchia di conoscenti non conosco nessuno che non l’abbia mai fatto, anzi bisogna inserire il codice anche se il risultato è negativo».

Su una popolazione di circa 67 milioni sono stati 22.072.627 gli utenti che, come Doriana, hanno scaricato l’applicazione per il tracciamento dei contagi. Un picco di download è stato registrato nell’ultima settimana di settembre, dovuto ad un aumento dei casi positivi nel Paese e all’avvicinarsi della seconda ondata. La praticità della Nhs Covid-19 app sta anche nella possibilità di scannerizzare tramite un Qr code il risultato del tampone. Nella stessa settimana sono stati più di 344mila i Qr code creati dall’app.

Sarà stata l’accortezza e la responsabilità civile di persone come Doriana che avranno permesso un maggiore tracciamento dei contagi oppure la funzionalità dell’app. Sicuramente permettere alle persone di prenotare un tampone direttamente dall’app può essere una strategia funzionante per raccogliere automaticamente le informazioni necessarie. I dati raccolti del governo del Regno Unito fanno comprendere l’efficienza di questa applicazione e mostrano quanto sia stata fondamentale nel tracciamento dei casi. Ad esempio, nella settimana che va dal 23 al 30 dicembre 2020, quando c’è stato un picco dei contagi, le notifiche di allerta dell’app tra Inghilterra e Galles sono state più di 263mila. I casi positivi rintracciati attraverso questo sistema, invece, 71.235. Meno della metà ma è una cifra che fa la differenza. Secondo uno studio dell’università di Oxford, quando Doriana ha segnalato la sua positività il sistema ha inviato una media di 4,4 notifiche ed è stata molto più efficace del normale tracciamento (1,8 contatti notificati tramite tracciamento manuale). Un risultato sorprendente rispetto a strumenti più tradizionali, basti pensare che con l’aumento dell’1% degli utenti dell’app, il numero di infezioni può essere ridotto addirittura del 2,3%.

Ma qual è la differenza tra l’applicazione inglese e quella italiana? E soprattutto perché la prima sembra essere stata fondamentale per aiutare il Paese ad uscire da questa nuova ondata, mentre nel nostro caso ancora ritroviamo tanti limiti? Le notifiche settimanali inviate dalla Nhs covid-19 app sono nettamente superiori a quelle italiane, molto spesso la nostra app resta addirittura offline, e così i casi positivi rintracciati sono superiori. La linea blu mostra l’andamento dell’app di tracciamento inglese, che viene superato da Immuni solo nelle ultime settimane per un semplice motivo: dalla fine di gennaio i casi nel Regno Unito hanno cominciato a scendere.

Questo dimostra che le applicazioni di tracciamento possono avere un ruolo importante nella lotta contro il Covid-19. Ad esempio, potremmo utilizzare l’analisi statistica spazio-temporale per comprendere qual è la giusta distanza di sicurezza per evitare i contagi. Dati che queste tecnologie sono in grado di generare. Molte ricerche sono ancora in corso, ma i dati analizzati dimostrano che queste app di tracciamento, se utilizzate nel modo giusto e inserite in un più ampio contesto di politiche attive, possono aiutare a sviluppare misure mirate ed efficaci fornendo indicazioni importanti.

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