Esclusiva

9 Aprile 2021
Chiusi dentro. La pandemia nelle carceri italiane

Il Covid ha complicato tutto, dal sovraffollamento all’isolamento con l’esterno. Ma un carcere più umano è possibile: il rebus dei vaccini e la rottura di un vecchio tabù. Un’indagine data-driven

«Ho pensato a quanto spiacevole sia essere chiusi fuori, e ho pensato a quanto sia peggio essere chiusi dentro». Lo scriveva Virginia Woolf nel 1929 nel suo Una stanza tutta per sé. Il coronavirus ha rivoluzionato la vita di chi sta fuori ma anche quella di chi già era «chiuso dentro». Il sovraffollamento delle carceri in Italia, che ci è costato una condanna nel 2013 da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, da problema solo strutturale è diventato un problema di salute pubblica.

Breve storia del sovraffollamento, fino all’arrivo del virus

Per anni alcuni provvedimenti di clemenza hanno cercato di tamponare la situazione. Ne è un esempio l’indulto del 2006, il cui effetto, come si vede nel grafico sotto riportato, è durato molto poco: già l’anno seguente il numero di ingressi è tornato a salire. Dopo il 2013, anno in cui la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per trattamento inumano, l’affollamento è stato ridotto. I detenuti hanno scontato le pene minori ai domicliari anziché in carcere e sono state ridotte le carcerazioni preventive.

L’impatto del coronavirus ha determinato una riduzione dell’affollamento nelle carceri. Tanto da poter comparare il calo degli ingressi del 2020 solo al calo del 2014, anno in cui la legge Fini-Giovanardi, che dal 2006 prevedeva l’equiparazione tra le droghe leggere e le droghe pesanti, fu dichiarata incostituzionale.

L’anno della pandemia ha contribuito a far perdere 7.500 detenuti. La capienza delle carceri è però ancora lontana dall’essere in regola.

Gli ultimi saranno i primi, ma non nella campagna vaccinale

Le varianti si diffondono con rapidità e gli spazi promiscui all’interno delle carceri richiedono una strategia di vaccinazione efficiente. Alcuni giorni fa sembrava che il governo volesse sospendere le vaccinazioni negli istituti penitenziari, un’eventualità poi smentita dal generale Francesco Figliuolo, commissario straordinario per l’emergenza.

Eppure, nonostante la pubblicazione del piano vaccinale, la campagna procede a rilento e in ordine sparso. Tra le regioni non c’è uniformità e dall’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone emerge come solo in Friuli, Sicilia e Calabria le vaccinazioni siano partite alla fine di febbraio.

Chiusi dentro. La pandemia nelle carceri italiane

La nostra infografica mostra che solo il 5% dei detenuti (2.500) ha avuto accesso al vaccino, a fronte di un totale di 52.575 persone. Al momento – i dati sono aggiornati a fine marzo e il monitoraggio del Ministero della Giustizia ha cadenza settimanale – sono 576 i positivi, di cui la maggior parte asintomatici (549, il 95%). I ricoverati sono 17 (3%) e quelli con sintomi 10 (2%). Una fotografia poco rassicurante. Ma forse, a ben guardare, una piccola luce di speranza c’è.

La scuola in carcere, tra pandemia e tecnologia

La pandemia ha costituito la prima opportunità per le carceri di usare tecnologie che fuori dalle mura sono di uso comune: per la prima volta i detenuti hanno utilizzato gli smartphone e fatto videochiamate, oggi possibili nel 95% degli istituti. Un cambiamento importante perché il digiuno tecnologico amplificava il loro senso di isolamento, frenando le possibilità di reinserimento sociale.

C’è però un settore che ha sofferto, nonostante l’arrivo della tecnologia: la scuola in carcere, i cui corsi si dividono in percorsi di primo livello (alfabetizzazione e licenza media) e percorsi di secondo livello (istruzione tecnica e professionale). Oggi frequentano la scuola circa un terzo del totale dei detenuti. Nell’anno scolastico 2019-2020 gli iscritti erano 20.263, di cui poco meno della metà stranieri.

Il grafico riporta il numero dei detenuti promossi, che per elementari e medie sono il 40% degli iscritti, mentre per le superiori sono il 70%. Il tasso di abbandono scolastico è alto rispetto all’esterno, un dato che si spiega con le uscite anticipate dal carcere e i trasferimenti in altri istituti. A questi numeri – fa notare l’Osservatorio di Antigone – bisogna sommare gli studenti universitari, una fetta di popolazione minoritaria ma che è raddoppiata tra il 2015 e il 2019.

A causa dell’inadeguatezza delle infrastrutture tecnologiche, durante la prima ondata i collegamenti da remoto sono stati attivati solo per chi doveva sostenere gli esami di fine anno. Poco è cambiato nei mesi seguenti, con le carceri che non hanno saputo garantire il diritto allo studio: a novembre 2020, durante la seconda ondata, le lezioni sono state interrotte di nuovo e due mesi dopo nel 45% degli istituti la scuola in presenza non era ripresa.

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