Esclusiva

20 Aprile 2021
«Ma quale cervello in fuga, la Formula Uno è l’occasione della vita». La storia di Matteo Mormile, ingegnere Mercedes

Intervista a un ragazzo che da neolaureato ha raggiunto il suo sogno. Con fantasia e passione, guardando il mare

Ad Anzio, 50 km da Roma, c’è una terrazza che si affaccia sul mare. Nei tardi pomeriggi di fine estate capita che giochi di luce possano trarre in inganno, perché il punto in cui cielo e acqua si incontrano non è mai lo stesso. È lì che Matteo Mormile, 28 anni, sin da bambino andava a rincorrere i suoi pensieri. Domande, riflessioni su un futuro ancora indecifrabile, lontano. Poi eccolo, all’improvviso, a oltre 300 km/h. Come una Freccia d’argento, la monoposto della casa automobilistica Mercedes, regina della Formula Uno. Quella vettura che da bambino sognava di trovare sotto l’albero e, un giorno, di progettare. 

«Ma quale cervello in fuga, la Formula Uno è l’occasione della vita». La storia di Matteo Mormile, ingegnere Mercedes
Matteo Mormile

Laurea triennale in Ingegneria Meccanica all’Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’, il biennio specialistico è in Ingegneria dei Veicoli, sempre nell’ateneo capitolino. Poi, nel 2019, la svolta: si trasferisce a Northampton, Inghilterra, 110 km a nord di Londra, per lavorare come ingegnere presso la Mercedes AMG HPP. Contratto a tempo indeterminato col ruolo di analista strutturale e un sogno diventato realtà. A Zeta Matteo ha raccontato la sua storia.

Come sei arrivato a lavorare in Mercedes?

«Tutto ha avuto inizio in Inghilterra, sul circuito di Silverstone, durante una gara di Formula Student, un Campionato mondiale tra monoposto ideate, prodotte e guidate da studenti universitari. L’evento prevedeva, oltre alla competizione in pista, anche la discussione del progetto di fronte a una commissione incaricata di valutare il talento degli aspiranti ingegneri. Feci colpo sui giudici della sezione motori, che il caso ha voluto fossero della Mercedes AMG HPP, e alla fine della prova mi consigliarono di darmi da fare per un posto di lavoro da loro. Da lì è iniziato quel processo di selezione che mi ha portato dove sono oggi».

Che ambiente di lavoro hai trovato in Mercedes?

«Da sogno. L’azienda è enorme, fornita di tutto ciò che occorre per produrre o testare componenti. Ancora ricordo lo stupore la prima volta che ci ho messo piede».

Il tuo lavoro si svolge ai box, oppure lontano dal Gran Premio? 

«Oggi il mio ruolo è in azienda e riguarda soprattutto il calcolo strutturale nella fase di progettazione. Consiste nel capire, tramite simulazioni al computer, se le componenti della vettura siano resistenti e sicure durante il loro utilizzo in gara. In passato, però, ho anche svolto compiti specifici per il Gran Premio. Siamo tutti pronti a dare supporto per ogni evenienza».

Hai avuto opportunità di conoscere i piloti?

«Sì, un giorno me li sono ritrovati davanti per una foto di gruppo. Hamilton, Bottas, Toto Wolff e James Allison. Purtroppo non sono riuscito a parlarci, siamo oltre mille dipendenti, immagina quanto tempo servirebbe per conoscere tutti. Ma l’occasione era troppo ghiotta per farsela sfuggire, così mi sono fatto coraggio e ho chiesto una foto a Valtteri (Bottas, ndr)».

La Mercedes trionfa nel Campionato mondiale costruttori di Formula Uno da 7 anni. Quale è il segreto di questa supremazia?

«Una fame di vittorie insaziabile. Le persone qui sono sempre alla ricerca dell’idea che possa portare un valore aggiunto: anche il più piccolo aggiornamento fa la differenza in termini di punti e prestazioni. Non conosco le altre scuderie, non azzardo paragoni, ma in Mercedes c’è una voglia matta e costante di tramutare intuizioni in vittorie». 

Quanto ti ha dato la formazione universitaria? 

«È fondamentale, quella italiana non ha eguali. Per quello che ho vissuto in prima persona, dico che si potrebbero inserire più laboratori per conoscere software indispensabili nel mondo del lavoro, allora sarebbe completa a 360 gradi. Non mi ritengo un “cervello in fuga”, non sono stato costretto ad andar via. Mi avevano contattato tre aziende leader dell’automotive e della Motor Valley italiana. Avevo sempre desiderato entrare nel giro, l’idea era farmi le ossa e verso i 40 anni coronare un’onesta carriera con approdo in Formula Uno. Non potevo immaginare che l’offerta della vita sarebbe arrivata così presto. Da neolaureato, all’Olimpo. Chi direbbe di no?».

«Ma quale cervello in fuga, la Formula Uno è l’occasione della vita». La storia di Matteo Mormile, ingegnere Mercedes
Matteo Mormile da neolaureato con i genitori

Oltre alla tua passione per la Formula Uno, hai altri sport nel cuore?

«Sono un maniaco dello sport, è l’ambiente dove il merito vince sempre. Seguo in particolare il motomondiale e la pallacanestro. Quando presi la patente cominciai a seguire in trasferta l’Anzio Basket Club, di cui sono tifoso sin da ragazzino. Posso dire di far parte di quel gruppo di supporters storici, definito “Vecchia Guardia”».

L’inglese ha rappresentato un ostacolo per te?

«No, almeno per quel che riguarda i termini tecnici, altrimenti sarebbe stata dura passare i test di selezione. Mi sono sempre trovato a mio agio, ma non posso definirmi madrelingua; ancora oggi scopro parole nuove».

Quanto è importante per Roma ospitare due tappe del Campionato mondiale di Formula E?

«Credo significhi molto, soprattutto per sponsor, conferenze, attività commerciali. Sono stato spettatore delle prime due edizioni e devo dire che il format è molto intrigante, con tante attività concentrate in un solo giorno».

Cosa ti manca di Anzio?

«La possibilità di isolarmi e fare due passi nei luoghi d’infanzia. Sono una persona socievole, ma ho il mio lato solitario. A casa, quando sentivo di voler staccare dal mondo, camminavo verso il mare con la musica a tutto volume. Era il mio modo per rilassarmi. Un po’ di relax, quanto mi manca…».


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