Esclusiva

30 Aprile 2021
Il buio oltre la Merkel

La Germania tra un vuoto di leadership e tensioni in politica estera. Il commento di Angelo Bolaffi e Federico Niglia

Dopo quattro mandati, Angela Merkel depone le armi. Era il 22 novembre del 2005 quando la prima cancelliera della storia tedesca entrava nel Bundeskanzleramt (dove risiede il capo del governo) per restarci, senza pause, per 16 anni. Ma alle prossime elezioni la donna più potente del mondo non ci sarà, lasciando in Germania e in Europa un vuoto ingombrante. 

Una fase di passaggio, con la Germania e l’Unione Europea alle prese con la crisi economica causata dalla pandemia di Covid-19. «Non solo perché è in atto una trasformazione dell’UE – spiega Federico Niglia, esperto di mondo tedesco e professore di Storia delle Relazioni Internazionali alla Luiss Guido Carli – ma anche perché avverrà un cambiamento nella leadership dei suoi Paesi più importanti: i tedeschi voteranno a settembre, i francesi nel 2022 e, infine, si chiuderà la legislatura italiana».

«L’obiettivo – continua – è uscire da questa fase con politiche e riforme che trasformino il volto dell’Unione europea, agganciandola alla transizione ecologica. Questa, però, non è solo legata all’ambiente: lavorare sul cambiamento climatico significa ripensare l’ecosistema produttivo, formativo, politico».

La transizione ecologica, in Germania, è al centro del dibattito elettorale. Sarà ancora una volta la CDU [il partito conservatore, cui appartiene Angela Merkel, ndr] ad affermarsi, con Armin Laschet, o saranno i Verdi, guidati da Annalena Baerbock, ad avere la meglio? Per Angelo Bolaffi, filosofo della politica e germanista, «sappiamo solo che i Verdi saranno al governo. La CDU quasi certamente sarà nella coalizione, ma potrebbe anche uscire dalle urne un asse giallo-rosso-verde (rispettivamente tra liberali, socialisti, verdi) o persino un’alleanza rosso-verde o verde-nera (con il partito di estrema destra, Alternative Für Deutschland)».

Vista l’importanza dell’ecologia per il futuro della Germania, meglio una cancelleria verde? Secondo Niglia, «non è una questione di leadership ma di alchimia politica. I Verdi lavorano sottotraccia da un ventennio: sono una forza compatta, programmatica, hanno raggiunto un valore sistemico e, secondo alcuni, una capacità di guida». 

Quello che sembra mancare al partito di governo è un erede che non faccia rimpiangere Angela Merkel. «Come dicono i contadini – spiega Bolaffi – sotto un grande albero non cresce niente. La cancelliera, e con lei la CDU, ha fatto una scelta di continuità con Armin Laschet, meno popolare di Markus Söder [avversario di Laschet alle primarie, ndr] ma caratterialmente più simile a lei. Söder ha tratti populistici simili a Sebastian Kurtz, il cancelliere austriaco, un rischio che il suo partito non ha voluto correre».

Elezioni Germania
Annalena Baerbock. Photo credits: stephan-roehl.de (Wikimedia Commons)

Tra i compiti del prossimo inquilino del Bundeskanzleramt, curare i rapporti con gli altri Paesi europei. A insidiare la leadership continentale tedesca, l’ascesa di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio italiano. Un personaggio che, sebbene sia molto amato dalla stampa anglofona, è raccontato con meno entusiasmo in Germania. «Non perché la figura dell’ex presidente della Banca Centrale Europea sia sgradita – continua Bolaffi – ma perché ancora non si è visto il suo lavoro. Molto dipenderà da come verranno gestiti i fondi europei per la ripresa».

Tuttavia, per l’ex presidente dell’Istituto italiano di cultura di Berlino, un’Italia che si afferma sulla scena europea farebbe comodo alla Germania: «Sono due Paesi complementari tra loro – prosegue – che nei momenti di crisi hanno trainato l’Europa fuori dalle secche. È grazie alla collaborazione tra Draghi e Merkel che è stato salvato l’euro. Italia e Germania, per ragioni diverse, hanno bisogno di un’Europa in salute: la prima per sopperire alle sue debolezze, la seconda perché vede nell’UE la soluzione alla questione tedesca. Una grande Germania, da sola, non sarebbe in grado di affermarsi come potenza mondiale: solo un’Europa forte potrebbe riuscire a far sentire la sua voce in questo mondo multipolare, e i tedeschi lo sanno». 

Un mondo multipolare che vede il Vecchio Continente scontrarsi con un vicino ingombrante: la Russia di Vladimir Putin. Le tensioni con la Germania, in particolare, sono state molte, dal caso Navalny all’uccisione in pieno giorno, a Berlino, del separatista ceceno Zelimkhan Khangoshvili, freddato nel 2019 su mandato del Cremlino (almeno secondo le autorità tedesche). «La Germania oscilla tra due modelli per quanto riguarda i rapporti con la Russia – afferma Niglia –. Il primo la vorrebbe integrare progressivamente in Europa attraverso una serie di cambiamenti interni che la rendano accettabile per l’Unione Europea; il secondo vede i due sistemi come diversi, ma imprescindibili l’uno per l’altro. Angela Merkel ha riassunto queste due politiche durante il suo cancellierato, mentre i Verdi riconoscono la Russia come un interlocutore, ma sono meno disposti a transigere sui suoi aspetti autoritari». 

Il buio oltre la Merkel
Angela Merkel e Vladimir Putin nel 2015. Photo credits: Wikimedia Commons

Un nodo, quello dei rapporti con Mosca, cruciale per chi guiderà la Germania da settembre in poi. Uno dei temi più importanti per le relazioni tra i due Paesi è il gasdotto Nord Stream 2 [che porterà il gas naturale dalla Russia al nord Europa, ndr]. Per Angelo Bolaffi, le divisioni interne alla Germania, sul tema, trascendono la politica: «Mentre l’SPD [Partito socialista tedesco, ndr] è d’accordo con parte della CDU per andare avanti con il progetto, un’altra parte dei conservatori si è schierata contro, assieme a Verdi e liberali. Sono visioni strategiche diverse su un tema delicato, che interessa anche gli Stati Uniti. Le relazioni tra i due Stati dipenderanno molto da quale coalizione uscirà dalle prossime elezioni».

Nella I Guerra Mondiale, fu Berlino a mandare il rivoluzionario Lenin a Mosca per destabilizzare il Paese. Che il caso Navalny, curato dai tedeschi e ora prigioniero in Russia, sia un ricorso storico? «Non credo – risponde Niglia –. Lenin ha avuto successo perché era un prodotto “epocale”, un fenomeno europeo che ha detonato in Russia. Più che al sistema valoriale, per cambiare i russi bisogna parlare al pragmatismo della loro leadership, fargli capire i vantaggi di una transizione democratica. Giocare la carta dell’attore esterno che fa da Cavallo di Troia raramente ha funzionato».