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Esclusiva

Maggio 2 2021
«Volevo solo le unghie rosse». La storia di C., trans, in strada per sopravvivere

Dalle favelas a Torre Maura, il viaggio di una donna trans verso una libertà negata

C. ha le mani nodose e le unghie laccate di rosso. È nata a Rocinha, la baraccopoli più grande che sorge ai margini di Rio de Janeiro, in Brasile. Una sorta di grande città nella città, costellata di case costruite con lamiere e materiali di fortuna. C. è anonimo, gracile e non ama giocare a pallone. «Per anni ho pensato che non mi interessasse nulla del calcio perché sono cresciuto solo con mia madre e non ho mai conosciuto mio padre. Mi sentivo in colpa vedendo gli altri bambini che giocavano euforici, mentre io sognavo disperatamente di avere una bambola di pezza». Ha perso il padre quando aveva un anno e la mamma non parla volentieri di lui. «Fin da piccolo ho dovuto farmi bastare i suoi silenzi, lo sguardo severo ogni volta che provavo a chiedere di più. Ho imparato che le faceva del male ricordarlo e ho seppellito dentro di me la curiosità di conoscerlo».

C’è un giorno che C. ha stampato nella mente, il 13 giugno del 2002. Ha 15 anni e sta camminando per una strada dello slum. Quattro ragazzini iniziano a seguirlo. «Frocio», gli urlano, mentre lui accelera il passo con il cuore a mille. «Giocavano sempre a calcio davanti casa mia, più volte mi avevano chiesto di partecipare ma io avevo sempre rifiutato». Mentre quegli adolescenti passano le giornate a correre per le vie di Rocinha e a inseguire un pallone, C. sogna ancora una bambola di pezza. «Uno di loro mi ha raggiunto e ha iniziato a sferrarmi calci e pugni. Gli altri guardavano, non hanno detto niente. Sentivo un dolore lancinante all’occhio. “Ora muoio – ho pensato – almeno incontrerò papà”». Non c’è traccia di malinconia nella sua voce quando ricorda questo episodio. Ha ancora un piccolo segno sotto l’occhio destro, che considera la fessura da cui è passato il cambiamento. Da quel giorno, la sua vita non sarebbe stata più la stessa.

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Nessuno gli ha regalato la sua bambola di pezza, ma C. ha capito di esser nata nel corpo sbagliato. «Guardavo le mie mani con le dita grandi e sognavo di averle affusolate come quelle di mia madre». Quando lei non c’è, C. accenna qualche passo instabile nelle scarpe buone della donna, troppo piccole, e non rimpiange di preferire i tacchi ai tacchetti. I giorni e le notti passano tutti uguali, fuggire da quell’inferno di lamiera è la luce che le permette di continuare a sperare. Non c’è solo quello, però. «Un pomeriggio di gennaio promisi a me stessa che sarei andata via. E che la prima cosa che avrei comprato sarebbe stata uno smalto rosso porpora».

Un giorno, vede un ragazzone che si aggira curioso tra cunicoli e baracche. Ride forte, segue una folla di turisti italiani. «È ben vestito, penso “sarà il solito turista ficcanaso”. Mi offre una sigaretta e cominciamo a parlare». P. è arrivato in città da poco. «Passiamo tutta la giornata insieme. Era sorridente, gentile. In Brasile non capita spesso di incontrare uomini così». Da quel momento, i due non si mollano un attimo. «Non sono una persona sdolcinata, ma sentivo sempre più il bisogno di stare con lui». Il tempo passa e si avvicina la sua partenza. «Sapevo che non sarebbe potuta durare in eterno, che presto avrebbe fatto rientro a Roma. Ero triste e felice al contempo. Triste perché non l’avrei più rivisto, felice per averlo anche solo conosciuto», C. sorride e si sposta una ciocca nera da davanti gli occhi.

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Poi, la proposta: «“Partiamo insieme”, mi dice. Lo dovette ripetere più volte prima che io capissi. Avevo 23 anni, lui 40. Ho pensato che era stato il destino a farmelo incontrare. Che se avessi rinunciato a quest’occasione, non ne avrei avute altre. Accettai senza esitare». C. e P. arrivano in Italia, nel quartiere romano di Torre Maura. Lì l’uomo ha una casetta, che per lei è «il posto più bello del mondo». Appena sotto al portone c’è una profumeria. «A Rio, mi vergognavo a entrare in luoghi simili. Adesso trovavo il coraggio di farlo. Comprai quello smalto che tanto avevo desiderato. Color porpora, ovviamente. Non l’ho mai cambiato», racconta mentre mostra le mani.

Le loro vite procedono tra alti e bassi. «Io non lavoravo, lui si arrangiava. A volte tornava a casa pieno di contanti, ma evitavo di chiedergli spiegazioni». Poi, la pandemia. I soldi sono sempre meno, le discussioni sempre più frequenti. Una sera, la lite. «Mi minacciò di cacciarmi di casa, se non avessi trovato un lavoro. Erano mesi che cercavo e ricercavo, senza successo. Essere una lei in un corpo maschile mi chiudeva tutte le porte. “Se proprio non sai fare niente, vai a battere”. Lo avevo già fatto in Brasile, non era una cosa negativa per me». A ferirla, la sensazione di esser tornata, dopo tanto scappare, tra le lamiere di Rocinha. «Iniziai a prostituirmi. Credevo che con P. la mia vita sarebbe cambiata, che mi amasse davvero. Non era così. Non abbiamo rotto, ma tra noi ci sono tanti, troppi silenzi». Eppure, C. non perde il sorriso: «I miei clienti mi trattano bene, a volte sono loro ad aver paura di me. In Brasile, temevo ogni giorno per la mia vita. Non è il lavoro più gratificante del mondo, ma è il mio lavoro. E non è detto che debba farlo per sempre».