Esclusiva

5 Maggio 2021
The Guardian, “200 anni di work in progress”

La Ophan Machine, le coincidenze curiose, lo Scott Trust, uscire dal mercato per rimanere indipendenti, il Pulitzer. Le duecento candeline di uno dei giornali più longevi del mondo

Il cinque maggio del 1821 moriva Napoleone. Nello stesso momento a 7.727 km dalla remota isoletta di Sant’Elena, sempre su suolo inglese, in una polverosa via di Manchester nasce un giornale. Lo fonda il commerciante di cotone John Edward Taylor e nei suoi moti ispiratori la sua storia si intreccia ancora una volta con Napoleone. Nell’idea dei fondatori c’è la preservazione di un opinione pubblica nata sulla scia del massacro di Peterloo del 1819, la repressione nel sangue da parte dell’esercito britannico di una manifestazione popolare che chiedeva riforme avvenuto a St. Peter’s Field, Manchester, da cui il nomignolo legato alla storpiatura dell’ultima battaglia del “piccolo caporale”.

The Guardian, “200 anni di work in progress”

Taylor era determinato a creare una pubblicazione che offrisse ai riformisti liberali una piattaforma migliore per far sentire le loro voci. Nel 1855 da settimanale diventa quotidiano. Ma è solo sotto la guida del nipote di Taylor, CP Scott, divenuto editore nel 1872 e padrone del giornale nel 1907 che il settimanale assume una reputazione internazionale.

«Ei fu. Siccome immobile», scriveva Alessandro Manzoni nella sua ode Il cinque maggio, il Guardian invece era tutt’altro che morto, tantomeno immobile. Per assecondare la vocazione nazionale e internazionale il quartier generale fu spostato in blocco nella City. Tradizionalmente schierato con il Partito Liberale e con una diffusione principalmente nel nord dell’Inghilterra, il quotidiano si guadagnò una reputazione nazionale e l’attenzione della parte laburista del Paese per la posizione assunta durante la guerra civile spagnola, con la ferma condanna del fascismo, priva di sfumature o cerchiobottismo.

The Guardian, “200 anni di work in progress”

Nel 1936 l’intuizione di JR Scott, il figlio di CP, che determinato a proteggere questa eredità riformista, fonda lo Scott Trust, un fondo nato per garantire al giornale l’indipendenza finanziaria ed editoriale per gli anni a venire. Il giornale continua a prosperare sotto il Trust e, nel 1959, cambia la propria intestazione perdendo il toponimo cittadino, troppo provinciale, e trasformandosi solo in The Guardian, quasi un monito.

Nel clima politico sempre più polarizzato tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, la posizione del Guardian come voce della sinistra era incontrastata. Le pagine di opinione e la pagina delle lettere erano i luoghi in cui si svolgeva la battaglia per la futura direzione del Partito Laburista, mentre la copertura delle controversie industriali, tra cui gli scioperi dei minatori del 1984-1985, definivano in maniera netta la posizione del giornale.

Negli anni 2000 la svolta delle inchieste, con la partnership con Wikileaks fino alla vincita del Pulitzer del 2014, in coppia con il Washington Post «per le rivelazioni sulla sorveglianza segreta e diffusa condotta dalla Nsa, evidenziata da articoli che hanno aiutato il pubblico a capire come le rivelazioni si inserivano nella più ampia cornice della sicurezza nazionale». I documenti in questione sono quelli resi pubblici dalla talpa Edward Snowden, per molti un “eroe”, per molti un “traditore”. Articoli che, va ricordato, hanno sconvolto per settimane gli equilibri globali e i rapporti tra la Casa Bianca e i suoi alleati europei e non, provocando forti tensioni e l’ira di vari governi in carica, come quello brasiliano e riguardo cui si potrebbero aprire dibattiti infiniti su quali siano i limiti del diritto di cronaca e quelli imposti dalla sicurezza nazionale.

The Guardian, “200 anni di work in progress”

L’anno seguente arriva la prima direttrice donna del giornale, Katharine Viner, che prende il posto lasciato dopo 20 anni da Alan Rusbridger. Laureata a Oxford, Viner è il dodicesimo direttore del Guardian dalla sua fondazione. Era stata indicata dagli stessi giornalisti del quotidiano, anche se la decisione definitiva è arrivata dallo Scott Trust, che Rusbridger viene chiamato invece a presiedere. Sotto la sua guida si rafforzano gli appelli ai lettori per le donazioni, ricevendo ampio successo.

Nell’ottica di mercato editoriale odierno, per il Guardian, l’essere proprietà di un fondo consente di poter stare “meno sul mercato”, visto il maggior equilibrio economico di cui gode e la maggiore capacità di spingere verso accelerazione e decelerazione. Ma questo non lo ha portato ad adagiarsi sugli allori e anzi è come se gli consentisse un maggior sperimentalismo. Sono stati tra i primi a compiere una scelta in ottica digital-first e precursori i molti settori della comunicazione e della transizione tecnologica.

The Guardian, “200 anni di work in progress”

Il Guardian ha anche una macchina, la Ophan machine. Un nome curioso, biblico, che viene da Ofanim, immagine del carro di Dio trasportato da ruote e alato, nella visione di Ezechiele, dove ali sono però anche quelle di Mercurio, il messaggero degli dei, quasi un protettore della stampa e dei giornali tout-court. È il nome di uno strumento con funzionalità in tempo reale usato dai giornalisti e dagli editor del giornale per prevedere le performance di un determinato pezzo una volta pubblicato, a seconda di titolo, di sommario, di gergo, di termini utilizzati, e anche dello stesso argomento.

Il Guardian festeggia il suo 200esimo compleanno con una serie di articoli, un festival di eventi, workshop, lezioni, seminari online e una nuova campagna del marchio per ispirare i lettori a sostenere il suo investimento in corso nel giornalismo di livello mondiale “Reader funded, not billionaire backed”.