Esclusiva

31 Maggio 2021
NFT e blockchain, il futuro dell’arte è digitale

Le criptovalute aprono nuove strade per la creatività, ma i consumi preoccupano gli ambientalisti

Nell’era digitale si può vendere qualsiasi cosa. Anche i secondi di una canzone. Lo sa bene il musicista francese Jacques, che ha deciso di cedere i diritti commerciali del suo ultimo singolo, “Vous” (voi), a chiunque volesse acquistarne qualche secondo attraverso l’uso delle criptovalute. Merito degli NFT (Non fungible tokentoken non fungibili), certificati di autenticità digitale non replicabili, resi unici dalla tecnologia blockchain (la stessa delle criptovalute): questi associano il proprietario di un bene digitale al bene stesso attraverso degli identificativi unici, pubblicamente consultabili. 

Un mondo oggi in leggera flessione, esploso nell’ultimo triennio grazie a settori come il gaming e (soprattutto) le gallerie d’arte: un’opera dell’artista Beeple, “EVERYDAYS: THE FIRST 5000 DAYS”, è stata battuta all’asta da Christie’s a oltre 69 milioni di dollari. Si tratta di un collage digitale di immagini realizzate da Beeple durante 5000 giorni, quando ancora non si sapeva bene cosa fossero gli NFT.

NFT e blockchain, il futuro dell’arte è digitale
L’opera “EVERYDAYS: THE FIRST 5000 DAYS” di Beeple

Se la locuzione “Beni non fungibili” implica la non replicabilità dell’oggetto, come è possibile che un’immagine digitale, che chiunque può clonare infinite volte, possa rientrare in questa definizione? Come spiega Alessandro Quarchioni, consulente finanziario indipendente ed esperto di criptocurrency, «A essere acquistato, insieme alla “prima” copia dell’opera, è il token non fungibile, il certificato di proprietà allegato alla stessa e scritto sulla blockchain una sola volta, con codici identificativi tali da indicare un proprietario unico». A essere sul mercato è dunque la proprietà del bene, non il bene, sia esso un’immagine o qualche secondo di una canzone. 

NFT e blockchain: cosa sono?

Gli NFT hanno tre caratteristiche principali: la rapidità, la proprietà e rarità. Una volta che uno di questi diventa di qualcuno, sono le informazioni immesse nella blockchain che ne garantiscono la proprietà. Su di essa è “scritto” chi è il detentore del token. Sono informazioni disponibili per chiunque voglia verificarle. Tutti possono sapere sia di cosa si tratta, sia chi sia il proprietario, sia il venditore. Oltre agli NFT con caratteristiche di unicità, però, ne esistono altri in “serie limitata”.

Quando si crea un NFT è come se si scrivesse nella blockchain Ethereum una serie di informazioni, che prendono il nome di token. Ne esistono due standard, l’ERC721 e l’ERC1155. Il primo è il vero e proprio NFT, e ha la proprietà dell’unicità: ogni token che si va a creare è gestito da un singolo “contract”, e viceversa. Il secondo prevede che un contract gestisca una serie di altri token al suo interno: è un po’ come le edizioni limitate, se ne possono acquistare per esempio una decina, poi la serialità termina. Più il loro numero è basso, più sono “rari” e desiderabili, un po’ come le figurine o le carte collezionabili. 

Arte, ma anche videogiochi

Uno dei settori dove i NFT stanno spopolando è quello del gaming. «Ci sono una serie di progetti molto interessanti nel mondo videoludico – continua Quarchioni –. Il più famoso è Sandbox, una sorta di mondo virtuale simile a Minecraft dove tutti possono sviluppare al suo interno personaggi con caratteristiche fisiche e talenti unici, oltre che acquistare oggetti di gioco e armi, tutto grazie alla criptovaluta di gioco. E c’è di più: attraverso un meccanismo della piattaforma, detto “play to earn”, è possibile “minare” [generare, ndr] la criptovaluta di gioco per acquistare i miglioramenti del personaggio ed eventuali oggetti cosmetici o armi».  

Problemi irrisolti

Futuro dell’economia sì, ma a quale prezzo? A essere colpito potrebbe essere l’ambiente. La potenza di calcolo necessaria a tenere in vita il settore delle criptovalute è infatti accusata da più parti di inquinare in modo considerevole. Quale prospettiva per questo mondo, in una fase storica in cui l’opinione pubblica è sempre più sensibile al cambiamento climatico? «Il recente calo di valore delle criptocurrency – continua – è stato causato anche dall’attenzione su questo tema, riaccesa da un tweet di Elon Musk che sottolineava proprio questa preoccupazione.

L’inquinamento derivante dal mining di bitcoin e altre è senz’altro un problema, ma una svolta su questo potrebbe essere data dall’incremento nello sviluppo delle energie rinnovabili, i cui investimenti potrebbero aumentare anche grazie a questo settore. Diverse aziende stanno aumentando la loro capitalizzazione rispetto alle criptovalute, non credo questo settore possa essere più fermato. L’orizzonte temporale non penso sia superiore ai 5 anni: anche in passato, quando iniziò la moda delle criptovalute, ci fu una forte flessione, ma il settore ha saputo rialzarsi in modo ancora più forte: lo ha fatto una volta, può farlo di nuovo».