Attenzione! Questo articolo è stato scritto più di un anno fa!
!
Esclusiva

Giugno 12 2021
“Dentro” Italia-Turchia: il racconto della ripartenza dall’Olimpico

Il racconto della partita inaugurale all’Olimpico di Roma tra ritorno dei tifosi, misure di prevenzione e libertà calcolata

Dopo un anno e tre mesi senza poter guardare partite dal vivo, unica eccezione la finale di Coppa Italia Juve-Atalanta, anche la navetta con scritto “Stadio” profuma di libertà. È tutto dire, ché profumo e mezzi pubblici a Roma spesso non vanno d’accordo. Ma alle 21:00 inizia la prima partita degli Europei, Turchia-Italia, e la Capitale diventa il regno del possibile. Schiere di bus diretti Stazione Termini-Piazza Mancini (a pochi passi dall’Olimpico), dipendenti Atac attenti a smistare nelle navette i sostenitori turchi da quelli italiani, vetture incredibilmente condizionate (raggiungiamo il microclima lappone nel giro di pochi secondi).

Nel bus della tifoseria italica qualche nostalgico del «cielo è azzurro sopra Berlino» sfoggia una maglietta con su scritto «Grosso 3», affatto spaventato dalle conseguenze dei futuri reumatismi causati dall’aria condizionata. Due ragazze distribuiscono bandierine, un bambino con sulle spalle lo zainetto di Super Mario pregusta la serata in compagnia del suo papà. Umanità variegata che torna alla vita, nel vociare l’entusiasmo per quest’iniezione di libertà.

La prima a partire è però la navetta con i tifosi turchi, moderni Spiderman con la bandiera rossa annodata sulle spalle. Iniziano il loro viaggio verso lo stadio Olimpico scortati da due volanti della polizia. L’autobus “azzurro” e quello “rosso” si immergono nel traffico tardo-pomeridiano di Roma, sgusciano tra file di macchine in doppia fila e distribuiscono ampie clacsonate alle vetture che gli tagliano la strada. Dopo 45 minuti arrivano a destinazione, i tifosi si riversano su strada abbandonando le pance ghiacciate dei mezzi pubblici.

Il tempo di un panino e qualche boccata di fumo, perché una volta all’interno gli oltre 15mila spettatori non potranno togliersi la mascherina per mangiare o fumare una sigaretta. Poi la fila per i controlli, sostenitori turchi si mischiano agli italiani e gli steward improvvisano un saluto trilingue: «Benvenuti, Welcome, Willkommen». Una voce registrata ricorda di mantenere la distanza di sicurezza mentre le persone si apprestano a esibire l’esito negativo di un tampone svolto nelle 48 ore precedenti o il certificato vaccinale (basta anche una sola dose effettuata almeno dieci giorni fa). I migliori: l’indeciso, tifoso di mezza età con mascherina del Sud-Africa, maglia della Turchia e bandiera dell’Italia. Gli innamorati, tricolore lui e mezzaluna sulla t-shirt lei. E lo “sfascione”, birra in mano e sandalo nero, tenta vanamente l’approccio con una delle ragazze deputate a dare informazioni. Fallisce, prosegue la sua marcia verso l’ingresso. Ai controlli bisogna aprire lo zaino e mostrarne il contenuto, nota dolente: sequestrano la maggior parte delle bandiere, ree di essere «troppo grandi».

Pur senza il fedele stendardo i tifosi si avviano ai posti assegnati, anche chi arriva insieme deve lasciare vuoto un sedile per osservare il distanziamento. Alcuni tentano di infrangere le regole, ma uno steward con la pettorina arancione (e probabilmente dotato anche di occhi sulla nuca) se ne accorge e li dissuade sventolando sotto il muso dei trasgressori il suo ditone: «No, no, separati». E chi si muove più. Redarguiti anche gli spettatori delle prime file, che provano ad alzarsi per guardare meglio la partita. Un tifoso turco si ribella al severo steward scuotendo la testa e incrociando le braccia. Tentativo vano, sarà costretto a seguire il gioco seduto. Il primo tempo perché il controllore dai mille occhi lo osserva severo, il secondo perché la partita è dominata dagli Azzurri.

Per ogni gol mangiato e punizione non data è tutto un boato di «nooo» e mani nei capelli. «Ma non lo vedi che era mano arbitrooo», urlano dagli spalti quando Celik tocca con il braccio la palla su cross di Spinazzola. Gli animi si scaldano, qualcuno si alza in piedi e mima con le dita il rettangolo del VAR. Pare che Makkelie, l’arbitro, li senta, tanto che l’azione viene rivista per accertarne la regolarità. Non assegna il rigore all’Italia, d’altra parte una delle regole più controverse di questi Europei è proprio sul fallo di mano: spetterà sempre ai direttori di gara decidere se la posizione del braccio è innaturale o meno. Poco male, perché nella ripresa gli Azzurri segneranno tre reti. L’autorete dello juventino Demiral sblocca il risultato al 53’, urla e abbracci tra i tifosi italiani. Tredici minuti dopo Immobile raddoppia, la partita si conclude 3-0 con l’ultima rete di Insigne su assist dello stesso Immobile.

Il triplice fischio sigilla la vittoria azzurra, neanche il tempo di una foto ricordo che lo steward-mosca invita tutti i tifosi ad abbandonare gli spalti con ampi gesti (stizziti) delle mani. Al ritorno, supporter turchi e italiani si mischiano nelle navette. La stanchezza si fa sentire, uno si leva le sneakers e fa tutto il viaggio di ritorno in calzini, con buona pace dei nasi degli astanti per fortuna protetti dalle mascherine. Sono da poco passate le 23:00, ma Roma è ancora vibrante di vita. Volanti della polizia bloccano il traffico, il convoglio di autobus sfila indisturbato per le vie della città. Riporta i passeggeri a Stazione Termini, da cui questa giornata della ripartenza è cominciata. Durante il viaggio qualche automobilista saluta, altri strombazzano in segno di vittoria. Tifosi turchi e italiani parlano tra loro, e sì che il calcio è uno dei collanti sociali più prodigiosi. In grado di emozionare anche i non fan. Chi scrive ne è la prova: non avrà ancora imparato cos’è un fuorigioco, ma certo un evento come questo non lo dimenticherà.

Leggi anche: «Italia-Turchia, brothers»: Roma abbraccia l’Europeo