Esclusiva

15 Giugno 2021
Lawrence Osborne, o del viaggio come cambiamento

Da Chatwin, a Hilton, a Graham Greene, per gli “scrittori di viaggio” spostarsi da un punto all’altro del globo come delle trottole spesso non è futile capriccio, è necessità

«Avrò visitato qualche centinaio di siti web – portali per viaggi organizzati, brochure governative, semplici schermate piene di informazioni o di resoconti messi in rete da altri escursionisti. Ma il problema del viaggiatore moderno è che non sa più dove andare. Ormai l’intero pianeta è diventato un’installazione turistica, e ovunque si vada resta in bocca il saporaccio del simulacro». Inizia così Il turista nudo, saggio di Lawrence Osborne, scrittore, romanziere e giornalista inglese, che nonostante odi la definizione, è in tutto e per tutto, qualsiasi cosa voglia dire, uno “scrittore di viaggio”.

La sua intera opera, che si tratti di romanzi o di non-fiction, è il racconto di un’inversione, una sorta di contro-migrazione che avviene nel mondo contemporaneo dall’occidente all’oriente. Prima erano le persone dei Paesi poveri che andavano nei Paesi ricchi, ma adesso, complici le molteplici possibilità che la globalizzazione ha offerto, molto del traffico si svolge anche in senso inverso. Andando dai paesi ricchi verso i paesi poveri, e questa è un po’ la storia di Bangkok, dove ci sono tanti giovani europei così come ce ne sono tanti in Cina, in Indonesia o in Cambogia.

Lawrence Osborne, o del viaggio come cambiamento

Lo scrittore inglese Lawrence Osborne, nato in Inghilterra nel 1958, dopo gli studi a Cambridge e Harvard ha sempre condotto una vita nomadica, come reporter e scrittore, spesso in Oriente

Sarà forse che il mondo occidentale ha raggiunto un punto di saturazione o, comunque, un punto in cui la vita non migliorerà più, un punto di stallo, di blocco. Corriamo tutti in Asia alla ricerca dell’esotismo, per scoprire che invece è e sarà la nuova padrona della terra e che «i nativi, invece di costumi etnici, vestono sciccosi completi Armani».

I “porti franchi” per queste esperienze sono sempre ex avamposti occidentali in terra d’Oriente, da Macao, «un piccolo luogo misterioso, complicato e reticente, un’isola di barocco europeo immersa nei mari del sud della Cina», alle capitali dell’ex Indocina Francese, a Hong Kong. Porti di traffici e perdizioni, in cui si fanno poche domande e si danno poche risposte. Gli occidentali si trasferiscono in questi Paesi e lì si reinventano, a volte svoltando, più spesso barcamenandosi, sopravvivendo alla giornata. Vincendo, rigiocandosi tutto, e spesso riperdendolo. «Agli asiatici non interessa niente, per loro gli occidentali sono praticamente invisibili».

Lawrence Osborne, o del viaggio come cambiamento
La copertina del saggio, edito in Italia da Adelphi, da cui sono tratti molti passaggi contenuti in questo pezzo

Ma la vera domanda in un mondo ormai totalmente interconnesso è una: esiste ancora “l’esotico” nell’era di TripAdvisor? L’era dell’omologazione in cui ogni villaggio turistico è una bolla uguale all’altra, in cui la natura è stata addomesticata e ai bar e ai ristoranti di ogni dove si può trovare lo stesso triste bagel con la micidiale accoppiata salmone-avocado. Dalla Dubai «che trabocca di immagini modellate sulla fantasia dei turisti», alla Bali del XXI secolo, in cui un “esotismo addomesticato” e pret-a-porter vede convivere piccoli tempietti soffocati all’ombra di mastodontici resort all-inclusive.

Eppure qualche altrove ignoto sembrerebbe esistere, Osborne lo trova infine a Papua, dopo un lungo e travagliato viaggio della speranza. «Se siete in vena andateci: soffrirete, vi ammalerete, perderete 30 chili di peso e alla fine sarete felici di tornare alla Coca-Cola ghiacciata di Bali! Fidatevi. È capitato anche a me».

Lawrence Osborne, o del viaggio come cambiamento

Un cartello nel centro storico di Macao, che riporta le indicazioni in doppia lingua, un ricordo del passato coloniale del porto

«Nella sua declinazione inglese, “travel” deriva dal verbo francese travailler, cioè «lavorare, faticare», che a sua volta discende dal nome latino di un forcone a tre punte usato come strumento di tortura. In origine, viaggiare significava intraprendere qualcosa di estremamente spiacevole. Era un concetto medioevale legato ai pellegrinaggi, che comprendeva l’idea di sofferenza. Ma si trattava di un tormento che, alla pari di ogni fuga dalla monotonia della vita quotidiana, veniva ritenuto catartico». Quell’idea di viaggio è stata ampiamente sorpassata: nessuno, ormai, esce di casa alla ricerca di culture ignote. Nella stragrande maggioranza dei casi il viaggio ha lasciato il posto al turismo.

Per Osborne il viaggio, se non per forza sofferenza, dovrebbe essere prima di tutto cambiamento. Partire con in mente una sensazione di permeabilità. Prefiggersi di stare in un posto tanto a lungo da non essere più gli stessi una volta ripartiti. È viaggiare, esplorare, imparare, anche alla ricerca di un luogo da poter chiamare casa (e che non per forza deve coincidere con le proprie origini). Dopo tanto peregrinare per l’Asia, Osborne sembra aver trovato “il suo luogo” proprio a Bangkok. Dove vive da farang, termine con cui vengono appellati dai locali i bianchi europei ricchi (o presunti tali) in cerca di fortuna, o anche solo in cerca di qualcosa di diverso. E Perché proprio Bangkok? «Perché è pazza, gentile, selvaggia, caotica, corrotta, serena, meticolosa, raffinata, sensuale, brutta e bella, tutto insieme».