Esclusiva

21 Giugno 2021
La scoperta di Gerace, paradiso d’Europa

L’amore per il territorio della Locride nella storica guida del medico Salvatore Gemelli, studioso appassionato della sua città

“Un figlio che rivive il padre nelle sue opere”, si legge così nella presentazione di Gerace Paradiso d’Europa di Salvatore Gemelli, scomparso nel 1988, firmata dal figlio Paolo Maria Gemelli. Un cammino tra le descrizioni che il padre ha dedicato all’amata città di Gerace, “descrizioni che provengono dal cuore”. 

«Mettere queste cose per iscritto è stato più importante che continuare a ricordarle soltanto – dice Paolo Maria Gemelli – perché consente a tutti di accedere a un pensiero che prima era intimo e che invece si sceglie di far conoscere e condividere». Per questo la ristampa del libro muove da descrizioni di Salvatore Gemelli non solo prese dal libro Gerace Paradiso d’Europa, ma anche da tutti i libri sulla Locride che ha scritto nel corso della sua vita e che hanno saputo restituire l’identità di Gerace dall’era neolitica fino ai giorni del presente, in cui la città è un luogo di attrazione per molti turisti. 

«Nella mia introduzione ho ripercorso alcuni spaccati di vita in comune con mio padre, anche se è stato un tempo breve perché lui se n’è andato quando avevo sedici anni, ormai trentatré anni fa», racconta Paolo Maria Gemelli, «Ho poi dichiarato quanto questa ristampa sia un atto d’amore, una dolce fatica, che insieme a Francesco Maria Spanò abbiamo deciso di intraprendere, per l’attualità del libro e per la sua rappresentatività». 

«Mio padre era un medico, il primario del reparto di Geriatria dell’ospedale che nel periodo della sua attività si trovava proprio a Gerace, in questa ultima ristampa infatti ci sono anche i ricordi di Pietro Di Nicola, professore di geriatria all’Università di Pavia e collega di mio padre, che ne racconta il carattere eclettico e altruista». Una breve biografia in cui emerge la persona attenta ai temi sociali e assistenziali della geriatria, “sempre con Gerace nel cuore”, cui è rivolto il ringraziamento “da parte dei geriatri dei geriatri di tutto il mondo”. 

Una personalità, quella di Salvatore Gemelli di cui non solo il figlio, ma la terra calabra, sente la mancanza. «Da quando lui se n’è andato la Calabria si è fermata, fu lui a promuovere il nuovo ospedale di Gerace, era lui che organizzava convegni europei e aveva fatto diventare la città un punto di riferimento per la geriatria. Con la morte di mio padre siamo tornati indietro di tanti anni e lì ci siamo fermati. Finalmente negli ultimi anni, soprattutto con la ristrutturazione dal punto di vista urbanistico, Gerace ha ripreso a essere considerata un’attrattiva anche per i turisti e per chi viene da fuori».

Livia Paccarié


La scoperta di Gerace, paradiso d'Europa

Il vilaggio trogloditico di Contrada Parrère. È impossibile dare attualmente un’idea chiara del pur grandioso villaggio trogloditico sito nella calda convalle che si sviluppa dalla confluenza delle tre colline di Monserrato, Parrère e Stefanelli dipartentisi dalla Piana di Gerace. Il villaggio è in continuità fisica con la sovrastante Necropoli pre-protoistorica di Stefanelli, con il villaggio a fondi di capanna e con escavazioni imbutiformi di Monserrato e si addentra nella collina di Parrère interessandola in ogni sua parte tanto da sconfinare sino ai livelli della Necropoli e fino all’origine della collina di Stefanelli.

In mancanza di uno scavo, è anche impossibile dare un limite cronologico superiore a questo insediamento, mentre appaiono certi la sua frequentazione in epoca medioevale e il suo collegamento tipologico con le città trogloditiche pugliesi e siciliane nonché con gli esempi ndi insediamenti rupestri segnalati a Rossano e Santa Severina.

Elementi peculiari dello stanziamento geracese sono la ricchezza degli ambienti conservati, la strutturazione di questi ultimi in più vani anche su due piani (vedi esempio Ctr. Stefanelli) e intercomunicanti, la mancanza di affreschi, la ripetitività degli schemi architettonici piuttosto monotoni e la presenza di quattro esempi di grotte vastissime, di origine naturale, le quali inizialmente erano chiuse con frasche e travi e in un caso da muratura includente mattoni bizantini. Un altro fatto non secondario è che il fenomeno trogloditico geracese supera i confini di Ctr. Parrère e abbraccia l’amba di Gerace con l’abitato e uno spicchio di territorio che, per la sua natura geologica, si estende nelle campagne solo nel settore di Sud-Est. Il fatto è degno di studio sia per la vastità che per il fenomeno in sé. Nella sua estensione maggiore, infatti, esso ingloba tipologie differenziate e specializzate di strutture trogloditiche, come le Chiese rupestri e le vie “militari” che attraversano, in più direzioni, il sottosuolo dell’abitato moderno. 

Tutto ciò dà una certa configurazione tipologica alla civiltà cavernicola di Gerace e, mentre sollecita gli studiosi a indagare, ne accentua il carattere ancora pregno di segreti e di misteri.

Parreri, italianizzato in Parrère, è il plurale di parrera, cioè “cava di pietre”, francesismo diffuso nel reggino (da perrier). La nuova Gerace, quella post-italica e post-cavernicola, è sorta grazie alla distruzione di immensi banchi di arenaria e di molassa nei quali erano scavate tantissime grotte. 

Salvatore Gemelli


La scoperta di Gerace, paradiso d'Europa

“Gerace Paradiso d’Europa”. È questo il titolo che Salvatore Gemelli – l’illustre geriatra che coltivava con pari passione l’arte della medicina e l’arte del donarsi generosamente agli altri – ha dato nel 1983 al suo libro, prendendo spunto da un tretastico dell’opera Veneranda Locrensis hoc est Martyris Hyeracen Elogia, scritta nel 1727 dal sacerdote, nobiluomo e latinista geracese, Francesco Malarbì.

Per la città di Gerace

patrizi, cittadini, artisti, e tutto il popolo rendono grande da ogni parte la città. E che dire dei luoghi, delle fonti, dei paesaggi e dell’ambiente? Essi affermano chiaramente che qui c’è il Paradiso dell’Europa.

Il Malarbì attribuisce a Gerace nel 1727 le giuste lodi, intese come espressione dell’amor civicus, a cui non può certo sottrarsi la parte culturalmente più elevata della popolazione. La città di Gerace pensa in grande, per un “vizio” genetico. Figlia prediletta della Magna Grecia, ha accolto nei secoli Romani, Bizantini, (Goti, Longobardi), Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Francesi, non come conquistatori, perché non ha un’anima servile, ma come ospiti imposti da necessità storiche, dai quali ha saputo attingere parte del suo patrimonio culturale. Ferma nel suo credo religioso (città delle cento chiese) ha cristianamente accolto una comunità ebraica e consentito una sinagoga. La Gerace del Settecento era più grande della sua area ristretta dalle mura. Dall’alto della sua rupe su cui mollemente si adagia, non si vedevano confini, ma solo orizzonti. E mentre la Storia era affaccendata a risolvere con trattati e sui campi di battaglia, problemi dinastici e di equilibri politici, e mentre cominciavano a germinare i presupposti delle Grandi rivoluzioni (americana del 1775 e francese del 1789), gli intellettuali calabresi entravano in rapporto con gli ambienti culturali di Napoli e di Roma, vasi comunicanti di altri ambienti culturali a loro volta vasi comunicanti…

Come Malarbì – che potremmo definire un europeista ante litteram – e i tourists dal Cinquecento all’Ottocento si rivolgevano a un’élite culturale colta – che ha contribuito a far nascere l’Europea contemporanea -, così oggi la generazione Erasmus, il polilinguismo diffuso, la libera circolazione, potrebbero dare all’Europa la forza per un cammino comune. Perché, quale che sia la nostra nazionalità e al di sopra o al di fuori di qualunque Trattato e di qualunque volontà politica, i grandi eventi devono risvegliare l’identità di spirito europeo.»

Francesco Maria Spanò


«Un invito alla conoscenza, non solo turistica, per chi vuole scoprire senza fretta la magia di uno dei borghi più belli d’Italia, crocevia di culture, punto d’incontro tra oriente e occidente, incastonato tra le montagne, lo splendore delle spiagge e il silenzio delle selve» 

Marina Conti – National Geographic Traveler Italia