Esclusiva

Dicembre 6 2021.
 
Ultimo aggiornamento: Gennaio 13 2022
Giorgia Verna

“Avevo 15 anni quando a Broadway andai a vedere Jersey Boys, prendendo i biglietti all’ultimo momento, dopo aver chiesto e richiesto a ogni tutor di una simulazione ONU di accompagnarmi a vedere un musical, uno qualsiasi, anche se sognavo Il Re Leone”. Non si arrende facilmente, Giorgia Verna. E, se la determinazione e la curiosità sono già sue caratteristiche naturali – le stesse per cui, negli anni, ha studiato quattro lingue, suonato il pianoforte, giocato a basket e praticato scherma – è invece proprio il teatro ad averle dato la sicurezza di sé.

Sul palco ha imparato a vivere tante vite, sviluppando l’empatia e la capacità di immedesimarsi nell’altro, per “raccontare un personaggio che non sei tu”. Caratteristiche che considera preziose anche nel giornalismo.

Giorgia Verna

“Non esiste – infatti – nulla di troppo lontano da non poter raccontare, nulla che non ci riguarda”.

Questo è il principio che collega la sua passione artistica al percorso accademico e che le permette anche di sradicarsi dalle sue “idee di ragazza italiana, occidentale, di 23 anni”. Dopo aver studiato Scienze Politiche, ha conseguito un double degree magistrale in Relazioni Internazionali a Bruxelles, nonostante avesse imparato il cinese per frequentare lo stesso corso a Pechino. Solo la pandemia, forse, è riuscita a fermarla! E niente ancora intacca il progetto di diventare giornalista, inseguito e costruito fin da bambina.

A chi continua a ripeterle che fare giornalismo oggi è da pazzi risponde con un semplice ed efficace: Don’t Rain On My Parade, per tornare al tema musical. Il brano, cantato da Barbra Streisand in Funny Girl, è infatti uno dei simboli che Giorgia Verna sceglie per autorappresentarsi.

Se guarda al futuro, Giorgia desidera diventare un critico teatrale e non smettere mai di parlare dello “stupore per le cose”, di quel “fattore-wow” che si vive solo nella relazione tra pubblico e palco. Come quando l’elefante attraversa la platea all’apertura del Lion King di Julie Taymor (che sì, alla fine ha visto lo stesso, anche se non a New York).

Nel frattempo continua a raccontare il mondo attorno a sé con gli strumenti, anzi le “armi”, che soprattutto i reporter più giovani hanno oggi a disposizione, a partire dal podcasting. Il suo In Da House, disponibile su Spotify, è solo agli inizi, circa sessanta ascolti a episodio. “Sapere però che ci sono sessanta persone che non mi conoscono e hanno interesse a sentire quello che ho da dire è già un grande risultato”. È inoltre un modo per riportare l’attenzione sul giornalismo radiofonico, per lei fondamentale ma, per le nuove generazioni, quasi “mistico”.

Bilanciando idealismo e realismo, crede che la professione del e della giornalista possa ancora dare tanto e trasformarsi di continuo. Importante, però, è “non prendersi troppo sul serio e lasciarsi sempre stupire”.