Esclusiva

Dicembre 6 2021.
 
Ultimo aggiornamento: Dicembre 22 2021
Lorenzo Sangermano

“Tutti possono fare filosofia. Alla fine, anche un giornalista la fa”. Pensare è allora, di per sé, un esercizio filosofico, così come raccontare una storia. Lorenzo Sangermano, classe 1996, nasce nella provincia di Bergamo, dove frequenta il liceo scientifico. “All’inizio delle superiori, il mio sogno era fare il medico di guerra” racconta, “ma la sola idea di operare qualcuno mi faceva impressione”.

All’ultimo anno, sboccia il suo amore per la poesia: diventa membro del “MEP”, Movimento per l’Emancipazione della Poesia, una corrente artistica apartitica che si propone l’intento di fare azione politica tramite la poesia contemporanea. Intervengono i genitori, costringendolo ad iscriversi ad economia politica una volta diplomato. “Dopo appena un mese di lezioni mi sono ritirato. Mi ero iscritto solo perché mio padre e mia madre non volevano che, all’università, facessi filosofia”.

Lorenzo Sangermano

Un anno sabbatico e poi la tanto agognata iscrizione all’Università Statale di Milano, Scienze filosofiche. Per Lorenzo la filosofia è “un qualcosa di idealistico, ma nel pratico”, lontana dalla religione o dai dogmi. È, piuttosto, “una postura, un modo per risolvere i problemi pratici, dalla bioetica alla crisi della rappresentanza in politica”. Chiunque può fare filosofia, “lo stesso chiedere come si fa filosofia, è fare filosofia”. Alla scoperta di sé stesso e del mondo circostante contribuisce Milano, una città nuova, all’avanguardia ma, soprattutto, lontana.

Lontana da Bergamo, lontana dalla famiglia d’origine. In entrambe, si annidava quello che Lorenzo definisce il “degrado”: la provincia, le costrizioni, la mentalità bigotta. Un degrado inesorabile che nasce dalle condizioni ambientali ma anche dal background familiare e culturale. “Sono in psicoterapia da nove anni, ho cominciato questo percorso dopo degli eventi abbastanza traumatici. È stato un modo per sopravvivere ma, anche, per essere più malleabile… per andare avanti”. Milano e l’università offrono a Lorenzo la possibilità di “andare avanti”, di scoprire e scoprirsi: la diversità, l’amore per Porta Venezia, la comunità LGBTQI+.

A Bergamo, di locale gay-friendly, ce n’è solo uno. “Bergamo è stata un’influenza negativa: la provincia, la chiusura mentale. C’è tutto quello che di tossico puoi immaginare nell’educazione. È una città ancora clericale, sotto l’influenza della Chiesa”. Bergamo è facciata, Milano è libertà. Questo percorso, interiore ed esteriore, determina in lui l’esigenza di raccontare i temi che più gli stanno a cuore, con un occhio rivolto all’atteggiamento critico, tipico del filosofo, e l’altro che guarda al proprio vissuto, alla propria esperienza diretta. Così, nel periodo milanese, comincia a collaborare per alcune testate di informazione tra cui “Artwave”, occupandosi di cinema e cultura. È un ragazzo indipendente, impetuoso e con tante passioni, magari momentanee. Ha dentro un misto di incostanza e impazienza su cui vorrebbe lavorare, per diventare un giornalista migliore, affidabile. “L’obiettivo è sempre stato lavorare in una redazione, per poter parlare, in prima persona, della realtà: la salute mentale, la provincia, gli ultimi, i poveri. Alla fine, se ci nasci dentro, i fatti, li conosci meglio”: altrimenti per conoscerli puoi scegliere il giornalismo.