Esclusiva

Dicembre 6 2021.
 
Ultimo aggiornamento: Dicembre 22 2021
Silvano D’Angelo

“E mo? Che faccio?”

Silvano D’angelo, 24 anni, nato e cresciuto a Pescara ma di recente adozione romana, se lo domanda da quando – nonostante la sua inclinazione ad eccellere in tutto- deve decidere il proprio futuro. 

La sua inesauribile bravura che da una parte lo ha premiato -ad esempio è stato selezionato per la settimana di orientamento estivo alla Scuola Normale Superiore di Pisa e ha vinto il premio come migliore della classe in terzo superiore- dall’altra, lo porta ad avere un peso sulle spalle: essere sempre all’altezza delle aspettative degli altri. 

Silvano D’Angelo

Studi classici, appassionato di storia e calcio – anche se solo da spettatore- e il desiderio di diventare scrittore. 

Dell’infanzia non ricorda molto perché “mi sento molto lontano da quei tempi ormai andati” ma due eventi in particolare -cruciali per la sua crescita- li ricorda con divertimento e un po’ di rammarico. 

“Ero alle elementari, non so di preciso l’età, ma ricordo che dovevamo fare una gita fuori porta. Alla partenza i genitori si erano raccomandati di tenere d’occhio la maestra Iside, definita “sui generis”. Di ritorno, già sul pullman in movimento, ci accorgiamo che – persa d’occhio un attimo- la maestra si era volatilizzata. E siamo dovuti tornare a prenderla”. Si chiede se è questo evento in particolare, che prova che un genitore ha -quasi- sempre ragione, ad averlo spinto a seguire le orme del padre Antonio, grande appassionato di storia da autodidatta.

Grazie a questa scelta di percorso – dopo essersi laureato in Storia all’Università La Sapienza a Roma- ha scoperto una passione per i romanzi storici.

Il suo interesse per il giornalismo nasce di conseguenza. 

“Ritengo che una laurea senza sostanza sia nominale. Punto alla realizzazione personale. Come? Capire come usare quello che ho imparato in maniera concreta, con un riscontro che non siano solo voti e numeri. Il giornalismo può essere una via.”

Il secondo ricordo è legato alla sua – breve ma intensa- carriera sportiva.

“Dopo essere sceso a patti con la consapevolezza di essere negato nel giocare a calcio nonostante la mia passione, ho provato con il karate. Dai 6 ai 16 anni mi sono dedicato a questo sport raggiungendo la cintura nera. Purtroppo, la mia carriera si è interrotta quando con un calcio volante e semi-rotante cado, rompendomi il braccio. Per sette mesi ho dovuto tenere uno scomodissimo gesso”. 

La paura dopo l’infortunio e gli impegni crescenti lo hanno spinto a lasciare. 

“A guardarlo oggi un lieve rimpianto c’è anche se ho scelto quello sport per diventare caratterialmente più forte, non per un fattore fisico. Non sarei arrivato a livelli agonistici, quindi, va bene così”. 

Questi due lati di Silvano, la poca inclinazione nel praticare gli sport ma sempre pronto ad assistere dalla tribuna e l’amore per la storia tramandato dal padre lo hanno portato non solo a scriverci la sua tesi, che tratta di come il calcio non sia solamente uno sport qualsiasi o un hobby ma una realtà che “interagisce con il contesto di riferimento”, ma anche ad essere -ad oggi- un ragazzo concreto, tangibile, con un’immensa consapevolezza di sé e di ciò che lo circonda.