Esclusiva

13 Dicembre 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 10 Gennaio 2022
Metaverso, segnali dal futuro

Esports, sorveglianza, lavoro. La tecnologia della realtà virtuale che mischia innovazione a possibili rischi è più vicina di quello che sembra.

«Quando indosso il visore per giocare online mi sento a mio agio. È quello il mio mondo». A Marco, romano ventiseienne, la vita reale sembra stare stretta. Così ha trovato rifugio nel Metaverso degli Esports, competizioni online di videogiochi, e come lui molti altri giocatori.

In Italia, secondo le stime registrate nel 2020, a sfidarsi tra loro sono un milione e trecentomila persone, di cui il 39% donne. È questo uno degli esempi concreti di Metaverso che abbiamo sperimentato finora.

Da quando Mark Zuckerberg, lo scorso 28 ottobre, ha annunciato la creazione di Meta, illustrando la sua visione particolare del Metaverso, non si è fatto altro che parlarne. Le origini del termine affondano le radici nel romanzo distopico Snow Crash di Neal Stephenson, pubblicato nel 1992. Nel libro il Metaverso è descritto come una realtà virtuale in cui ogni utente può costruirsi una vita nuova attraverso un avatar. È questo ciò a cui ambisce lo sviluppo tecnologico: un ambiente virtuale in cui le persone possano divertirsi, fare acquisti, lavorare.

Oltre la privacy…

Già negli anni Novanta Neal Stephenson comprese le controversie del fenomeno Metaverso. Infatti nel suo romanzo racconta di avatar che si distinguono per il colore bianco o nero e diverse opportunità di accesso ai locali e ai negozi del mondo virtuale. Introducendo il concetto di digital divide, questo tipo di narrazione rispecchia le differenze legate alla possibilità di accesso alla linea Internet e più in generale il contesto socio-economico di partenza.

I più critici nei confronti del “capitalismo della sorveglianza” – basato sulla monetizzazione dei dati attraverso la tecnologia – sono preoccupati rispetto all’avanzare del Metaverso. Attraverso la raccolta dei dati dell’utente, contraddice gli attuali principi stabiliti dal General Data Protection Regulation (GDPR), la legge europea di tutela della privacy.

I canali attraverso cui avviene l’identificazione della persona aumenterebbero, arrivando a una comprensione molto più profonda dei processi di pensiero e dei comportamenti individuali. In una realtà conquistata dal mondo virtuale, la raccolta di dati e il loro utilizzo diventerebbero aspetti cruciali, non risolvibili tramite semplici “consensi acchiappatutto”. Si tratta di un problema difficile da risolvere nel Metaverso, dove le attività sono rapide e immediate.

La soluzione sarebbe la privacy by design, in cui la tecnologia è incorporata nei sistemi volti a prevenire qualsiasi rischio per la privacy. La riservatezza delle informazioni non rappresenta però l’unico problema relativo alla raccolta di dati online. In questo senso, il tema dei bias, intesi come distorsioni delle percezioni cognitive,è centrale. Il trasferimento dei dati biometrici dei migranti che approdano sulle coste italiane si conclude all’interno del database Afis, gestito dal Ministero dell’Interno e contenente informazioni registrate dagli organi di polizia sulle scene del crimine. «Se la criminalizzazione del profilo dei migranti insito nell’infrastruttura tecnologica italiana sembra un problema lontano, basti pensare che circola l’idea di utilizzare lo stesso database anche in occasione delle manifestazioni», ricorda la giornalista e ricercatrice Laura Carrer.

Fino al lavoro

Tra il Metaverso e il mondo reale sembra tratteggiarsi una linea di confine molto sfumata. Le attività quotidiane, compreso il lavoro, si trasferiscono nell’etere. Il food delivery costruisce una rete virtuale di rider che ruotano attorno alla valutazione di un algoritmo.

Piattaforme come Uber, Freelancer, Ebay ed Etsy consentono agli utenti di vendere il proprio lavoro. Gli iscritti diventano parte della gig economy, rete di prestazioni lavorative offerte tramite Internet. Solo in Italia, secondo l’Istituto nazionale per le analisi delle politiche pubbliche, sono 213 mila i gig workers.

Metaverso, segnali dal futuro

Oltre a piattaforme online, il Metaverso si è espanso nel campo dell’addestramento militare. Dopo una sparatoria in un Walmart a El Paso, in Texas, che ha causato ventidue vittime, il CEO dell’azienda statunitense, Doug McMillon, ha deciso di intervenire. Attraverso l’uso della VR (realtà aumentata che sfrutta l’uso di dispositivi oculari, ndr), McMillon ha preparato i suoi dipendenti ad agire in un altro possibile scontro a fuoco.

Se il Metaverso si espandesse in ogni campo lavorativo, il diritto costituirebbe uno dei problemi principali. Infatti sempre secondo Laura Carrer «il diritto interviene sempre dopo la tecnologia. Il Metaverso è un grande rischio perché è ovunque. Anche l’idea di stato verrebbe messa a rischio».

Non solo diritto però. Nonostante l’avvento del 5G, la media mondiale della copertura Internet raggiunge il 60% della popolazione. Dal 97% del Nord Europa al 24,4% dell’Africa orientale, la trasformazione virtuale del lavoro aggraverebbe il divario lavorativo tra due mondi. Quello online e quello offline, abbandonato alla sola vita reale.

Percentuale di famiglie con un collegamento Internet. Fonte: Istat 2020