Esclusiva

26 Dicembre 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 28 Dicembre 2021
«La malattia unisce, non divide». L’impegno di Residenza Vanessa contro le malattie del sangue

La direttrice Rosalba Spalice racconta come la malattia possa essere anche un momento di condivisione e arricchimento

«Quando sono tornata Lucia non c’era più. Se n’era andata, da sola. In quell’istante ho capito che dovevo fare qualcosa per le persone che avevano bisogno di aiuto». È il 1994, Rosalba ha 37 anni. Decide, da questo momento, di fare volontariato. Oggi di anni ne ha quasi settanta, ma l’episodio la scuote ancora. Aveva conosciuto Lucia mentre era in ospedale, in attesa di un’operazione. Era anziana, senza nessuno che la assistesse, e mentre Rosalba era via – «torno presto, mi raccomando, dopo sei tu a dovermi dare una mano», le disse – lei si è spenta nel silenzio.

Rosalba è volontaria per Ail, l’Associazione Italiana contro leucemie, linfomi e mieloma, patologie che ogni anno colpiscono moltissimi italiani. Secondo il report “I numeri del cancro 2020”, elaborato grazie alla cooperazione di importanti associazioni di categoria, nello scorso anno sono stati diagnosticati 2.151 nuovi casi di Linfoma di Hodgkin, 13.182 di Linfoma non Hodgkin, 5.759 di Mieloma multiplo e 7.967 casi di Leucemia.

Nel 2002 anche Rosalba si è ammalata, proprio di una delle malattie di cui si occupa l’ente: una leucemia promielocitica. La chemioterapia l’ha costretta a prendersi del tempo lontano dalle piazze in cui si dedicava alle raccolte fondi. Alla fine le cure si sono mostrate efficaci: «Mai come in quel momento – dice – ho pensato di essere in debito con la vita, qualcosa dovevo dare in cambio».

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Dal 2015 gestisce a tempo pieno una delle “Case Ail”, le residenze concepite per ospitare i pazienti provenienti da città lontane dai Centri di Cura. In particolare, si occupa di “Residenza Vanessa”, intitolata a una ragazza scomparsa, ad appena ventuno anni, a causa di una leucemia. «È stata lei l’ispiratrice del progetto. Il suo pensiero andava sempre alle famiglie costrette a viaggi lunghissimi per arrivare all’ospedale dove veniva effettuato il trattamento. Avrebbe voluto aiutarle: cerchiamo ogni giorno di esaudire il suo desiderio».

Oggi la Residenza è un complesso di quindici stanze, in ognuna delle quali alloggia un ospite («non un semplice paziente», precisa Rosalba) insieme a un accompagnatore. I pazienti affetti da patologie del sangue sono debilitati dalle cure e, soprattutto dopo il trapianto, devono stare attenti ai contatti con l’esterno: anche un semplice raffreddore potrebbe portare a complicazioni. «Dopo lo scoppio della pandemia – prosegue – abbiamo dovuto impedire le visite dei parenti. Quando poi si trattava di fare la spesa, usciva solo una persona oppure erano i supermercati a inviarci i pacchi alimentari»

Isolamento, dunque, ma anche convivenza a stretto contatto con persone provenienti da ogni parte del mondo. La malattia, poi, non fa distinzione di età. Per questo motivo la Residenza è diventata un punto di incontro, da cui sono passati anziani, adulti e bambini di ogni etnia. Per Rosalba questa è una ricchezza immensa: «Il mio lavoro è fare della struttura un posto gioioso. Il rapporto con il dolore è personale, noi volontari possiamo solo rendere la Residenza una casa, per tutti. Nonostante le diversità degli ospiti, cerco sempre di organizzare momenti di condivisione, soprattutto attraverso la cucina. Mangiare piatti tipici di altre culture è un momento di grande unione».

Al centro del suo lavoro, la volontaria pone due concetti: vita e speranza. «Li ritrovo nei disegni dei bambini, che decorano le pareti della nostra Residenza. Credo rispecchino la loro anima inconsapevole. Ce n’è uno, fatto da Islam, in cui ci sono tanti cuori dedicati ai suoi amichetti; c’è poi quello di Katiusha, che purtroppo non ce l’ha fatta, in cui fa a tutti gli auguri di Natale. In ognuno di questi c’è la loro persona».

Uno dei simboli della residenza è la bambola di Vanessa. «Ci è stata donata dalla vicepresidente dell’Ail e credo rappresenti al meglio lo spirito della casa che le è intitolata. È sorridente: è così che vogliamo affrontare la malattia».