Esclusiva

7 Gennaio 2022
Figli dell’incertezza

L’Istat ha pubblicato i dati del 2020 sulla natalità in Italia che fotografano un quadro demografico critico, aggravato dall’effetto pandemia. Dietro al calo delle nascite si nascondono dinamiche profonde da esplorare.

«La questione demografica, come quella climatica e quella delle diseguaglianze, è essenziale per la nostra esistenza». Così Mario Draghi aveva commentato il forte calo della natalità in Italia agli Stati generali della Natalità del maggio scorso. Durante l’Angelus di Santo Stefano è stato, invece, il papa a porre l’attenzione sulla questione. «Parlando della famiglia mi viene una preoccupazione vera, almeno qui in Italia: l’inverno demografico. Sembra che tanti abbiano perso l’illusione di andare avanti con figli, tante coppie preferiscono rimanere senza o con uno figlio soltanto».

Le parole del pontefice sono arrivate a pochi giorni di distanza dalla pubblicazione dell’Istat dei dati sulla natalità relativi al 2020 e hanno messo in allarme l’opinione pubblica.

Come riporta l’Istituto nazionale di statistica, nel 2020 le nascite totali sono state 404.892 con un calo di 15mila unità rispetto all’anno precedente. Il dato appare significativo, se lo si confronta con quello relativo al 2010, quando le nascite avevano sfiorato quota 562mila. Per dare un’istantanea del fenomeno: ogni cento bambini nati nel 2010, nel 2020 ne sono nati 78. Una riduzione delle nascite che procede a due velocità distinte, se si guarda alla nazionalità dei genitori. In questi dieci anni le coppie italiane hanno fatto il doppio di figli in meno rispetto a quelle straniere (-34% in un caso e -17% nell’altro).

Figli dell’incertezza
Grafico relativo alle nascite sulla base della nazionalità dei genitori.

Questo gap incide anche sul divario a livello territoriale ai due capi della penisola. Il Nord, trainante nell’economia italiana e con indici di occupazione più alti, accoglie un maggior numero di stranieri che condizionano in positivo il tasso di natalità di quest’area del paese. Raffrontando i dati del 1995, quando al Sud il numero medio di figli per ogni donna era 1,42 contro 1,05 del Nord, si nota un’inversione di tendenza. Attualmente, nella parte settentrionale, questo numero è aumentato fino a raggiungere soglia 1,28, mentre è calato a 1,24 nel Meridione, ridefinendo i confini dell’immaginario collettivo secondo cui al Sud si fanno più figli.

Figli dell’incertezza
Grafico relativo alla disparità di nascite tra Nord e Sud.

Altro luogo comune che il report prodotto dall’Istat ha contraddetto, è quello secondo cui i lunghi periodi di lockdown, quando le coppie passavano molto tempo insieme, avrebbero potuto incoraggiare la natalità. Ebbene, se nei primi mesi del 2020 la discesa delle nascite era stata in linea con il ritmo del periodo precedente (-2,8% annuo), è aumentata nella seconda parte dell’anno, specie a partire da novembre. Considerando che i primi casi di Covid in Italia sono stati registrati a febbraio 2020, il crollo vertiginoso ha iniziato a registrarsi esattamente a nove mesi di distanza, l’arco temporale di una gravidanza. Ad una fase di stabilizzazione e parziale ripresa delle nascite è seguita un’altra pesante diminuzione a partire da maggio 2021, proprio in corrispondenza dei nove mesi dall’inizio della seconda ondata. Il Covid ha, quindi, influenzato in negativo gli indici di natalità il cui saliscendi ha diretti collegamenti con l’evolversi della pandemia.

Figli dell’incertezza
Grafico relativo al calo delle nascite durante la pandemia.

La crisi sanitaria ha fatto da volano all’incertezza e l’instabilità, già piuttosto diffuse fra la popolazione giovanile, che ha rimandato, prima di qualche mese e poi a data da destinarsi, i progetti di genitorialità. I giovani negli ultimi anni hanno visto dilatarsi il tempo di formazione e, di conseguenza, hanno dovuto ritardare il proprio accesso nel mondo del lavoro, sempre più precario, con evidenti effetti anche sulla loro indipendenza economica. Inoltre, per molti di loro, i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training), il percorso è ancor più accidentato e l’autonomia una chimera. In Italia, nel 2020, il tasso delle persone tra i quindici e i diciannove anni non impegnate né nello studio, né nel lavoro, né nella formazione era il 23,3%. Dieci punti percentuali in più rispetto alla Francia e quindici rispetto alla Germania. Quasi un giovane su quattro, il quarto dato più alto su tutti i paesi europei.

Figli dell’incertezza
Dati Eurostat sui NEET relativi all’anno 2020 (per una consultazione completa visitare: https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/edat_lfse_23/default/bar?lang=en)

Indagare, però, la questione demografica significa anche interrogarsi su costrutti culturali che interessano la società e ne dirigono lo sviluppo. Nello specifico, le conquiste civili e sociali delle donne, negli ultimi cinquanta anni, hanno fornito carburante al protagonismo femminile. Dal momento che a fare i figli sono le donne, è utile chiedersi come questi fattori abbiano inciso sui livelli di natalità.

Maria Serena Sapegno, professoressa associata di “Studi di genere” all’università di Roma “La Sapienza”, sostiene che il cambiamento di costume e il riscatto femminile, sancito anche sul piano legislativo con la riforma del diritto di famiglia e la legittimazione di aborto e divorzio, si siano integrati ai principi del neoliberismo. Secondo questa concezione che pone al centro l’individuo, il soggetto è esclusivamente «orientato al successo, al denaro, all’affermazione dell’individuo senza alcun limite.»

Alle donne sarebbe dunque arrivato un messaggio contradditorio: «da una parte un’idea di libertà che le spinge ad identificarsi con il modello maschile sul lavoro, con una assoluta separazione tra pubblico e privato. Dall’altra l’aspettativa che tutto il lavoro di cura (della casa, dei figli e degli anziani) continuasse a ricadere ‘naturalmente’ su di loro, senza che la collettività trovasse un modo di ridisegnare e redistribuirne il peso».

A ciò ha fatto da sfondo, soprattutto negli ultimi anni, uno scenario economico e lavorativo scoraggiante che ha frenato il desiderio di maternità delle donne. È qui che la professoressa Sapegno mette in evidenza un altro paradosso: «tutte le inchieste Istat sulle giovani donne dai 15 ai 25 anni confermano il numero assolutamente maggioritario delle donne che desiderano avere figli, eppure ogni anno il numero dei bambini che vengono al mondo diminuisce».

In effetti, l’aspirazione ad avere figli è diffusa, contrariamente a quanto talk show e commentatori moralisti tendono a far pensare. Vanessa, ventottenne romana, è prossima al parto e per lei «è come se arrivasse, a un certo punto, una sorta di istinto che ti porta a desiderare l’arrivo di un bambino. La voglia mettersi in gioco, creando qualcosa di unico con la persona che ami».

Come si potrebbero, dunque, creare le condizioni necessarie alla concretizzazione del desiderio di genitorialità? «Beh, basterebbe allungare il naso e guardare cosa fanno i nostri vicini» suggerisce la professoressa Sapegno.

«Qualche passo nella giusta direzione si sta facendo con l’assegno unico per i figli, l’allungamento del congedo obbligatorio e retribuito per i padri (ancora quasi simbolico di dieci giorni…ma si va verso i tre mesi, pare), l’aumento degli asili nido pubblici. Ancora drammaticamente poco». E incalza, sottolineando che «sta venendo a galla un problema più profondo sul fatto che la nostra società è disegnata solo sugli uomini e su una divisione dei ruoli che non prevedeva le donne nello spazio pubblico». Flessibilità dovrebbe, secondo lei, essere la parola chiave nell’invertire la rotta della denatalità. «Sospendere l’attività lavorativa per un figlio non può voler dire (negli stessi anni cruciali per il lavoro e per la riproduzione) perdere per sempre il treno della carriera».

Purtroppo, invece, non sono infrequenti i casi in cui la maternità è vista come un ostacolo alla piena realizzazione degli obiettivi lavorativi delle donne. «Qualche settimana fa- ha raccontato Agnese Pini, direttrice del quotidiano toscano “La Nazione” – una collaboratrice del mio giornale mi ha chiamato sul punto di piangere, comunicandomi di aver appena scoperto di essere incinta e dicendomi che temeva che la gravidanza mettesse fine alla sua carriera. Le ho detto che le avrei fatto un contratto da dipendente che l’avrebbe tutelata, ma non sempre è questa la reazione dei datori di lavoro».

È inutile, dunque, ostinarsi a non guardare la realtà adducendo fantasiose ipotesi sulle cause della diminuzione delle nascite. Da ambienti conservatori si sono levate, a più riprese, aspre critiche contro le coppie omosessuali, che, in quanto infertili, avrebbero contribuito ad aggravare il trend negativo delle nascite. «Questa mi pare davvero una sciocchezza! E quante sarebbero le coppie alternative per incidere sui grandi numeri? E ci sono da noi più che altrove? Ma non scherziamo!» commenta seccata Maria Serena Sapegno. «Piuttosto la mia generazione si prenda le proprie responsabilità. Nel tentativo di affermare la libertà di scelta sulla maternità abbiamo messo insieme, un po’ frettolosamente, la retorica del materno, la fatica del doppio lavoro, la mancanza di cooperazione degli uomini. Così poco spazio è rimasto alle meraviglie dell’avventura genitoriale».

Per uscire da questo «inverno demografico», come lo ha definito il papa, occorre riflettere con serietà e senza pregiudizi o falsi moralismi sulle sue reali cause e, se possibile, introdurre politiche che valorizzino la maternità o, in senso più ampio, la genitorialità, permettendo contemporaneamente a uomini e donne di essere cittadine e cittadini a pieno titolo.