Esclusiva

Aprile 21 2022
Chi se ne va che male fa

Il primo romanzo di Jana Karšaiová, «Divorzio di velluto», edito da Feltrinelli, si candida al Premio Strega con una storia di rottura e di rinascita

Saper lasciare. Non tutti lo sanno fare e non solo quando si tratta di relazioni che non funzionano più. Riuscire a dimenticare rancori passati, crescere nonostante figure genitoriali ostili e superare le perdite che la vita ci pone davanti sono azioni che, il più delle volte, hanno conseguenze tutt’altro che morbide. 

Il «Divorzio di velluto» è quello che, il primo gennaio 1993, ha portato alla divisione della Cecoslovacchia negli stati indipendenti della Repubblica Ceca e della Slovacchia. È lo stesso, però, che Jana Karšaiová, nel suo romanzo di esordio, fa vivere ai suoi personaggi sullo sfondo delle vicende storiche che hanno colpito i due paesi. Una rottura in apparenza pacifica, morbida come il velluto, per l’appunto, ma che nasconde profonde sofferenze di popoli e persone. 

Il racconto inizia con un viaggio di ritorno. È Natale e Katarìna torna per l’occasione dai suoi genitori, a Bratislava. Qui le circostanze della vita la mettono davanti a una realtà che non può più evitare di affrontare. «Seppellire i dolori» è quello che ha sempre fatto, ma l’incontro-scontro con casa sua la costringe a cambiare direzione. Riemergono le ferite che pensava di aver ricucito da tempo. 

Il rapporto conflittuale con la madre, ad esempio, è una costante presente in tutto il romanzo. Quello che traspare è il ritratto di una donna autoritaria, a tratti cinica, che ha cresciuto i suoi figli a suon di critiche e sensi di colpa. Katarìna non sembra esserle molto affezionata, ne mette di continuo in evidenza le contraddizioni e le ipocrisie. Ma soprattutto non riesce a perdonarla per aver fatto scappare Dora, sua sorella maggiore, che non vede da sette anni. «Figlia guasta» è l’ultimo insulto che la madre ha rivolto alla primogenita. La goccia finale nella serie di vessazioni e violenze verbali che hanno spinto la ragazza a fuggire lontano, in America. 

Come spesso accade ai fratelli minori, Katarìna vede sua sorella come il suo punto di riferimento, pende dalle sue labbra e ricorda persino che negli ultimi anni si sono scambiate «ventidue mail, quattordici messaggi e nove telefonate». Il ritorno a Bratislava e il Natale senza di lei le fanno sentire ancora di più il vuoto creato dalla sua assenza. «L’aveva ammirata e odiata per il suo coraggio, per la determinazione di andare fino in fondo. Per il saper lasciare». Tranne rendersi conto, alla fine, che sua sorella Dora era sola quanto lei. 

Il rapporto fra Katarìna e Veira, l’amica di sempre, è un altro pilastro narrativo che percorre il libro dall’inizio alla fine. Le due si incontrano dopo anni di silenzio in un supermercato, alla vigilia di Natale. Provano a rivivere le tradizioni e le uscite di una volta, ma il loro legame sembra essere danneggiato da vecchi rancori mai del tutto sepolti. Con un cambio di punto di vista nella narrazione, l’autrice racconta in pochi capitoli la storia di Veira. Il suo rapporto con Katarìna si incrina all’università, quando vince, all’oscuro dell’amica, una borsa di studio per studiare in Italia, dove poi si trasferisce. Qui instaura una breve frequentazione con la sua professoressa, ma si scontra presto con una mentalità e modalità di vivere le relazioni diversa dalla propria.  

Il focus del racconto è su un’esperienza che permette a Veira di crescere e di trovare il suo posto nel mondo, ma che, per contrasto, evidenzia la staticità della vita di Katarìna. A lei verrà data una possibilità di riscatto solo alla fine, quando, dopo il viaggio in Italia a Capodanno, capirà finalmente qual è la cosa giusta da fare. 

La relazione che, però, è più di tutte distruttiva – e allo stesso tempo costruttiva – per la protagonista del romanzo è quella con il marito Eugen. Fin dal principio, i due appartengono a due mondi del tutto diversi. Lui è ceco e viene da una famiglia benestante di Praga, mentre lei è slovacca e la sua è una modesta famiglia di Bratislava. La loro è una storia d’amore che si consuma in fretta. Si conoscono che sono poco più che ventenni e dopo cinque mesi decidono di sposarsi. All’inizio della conoscenza e del matrimonio la passione li travolge, ma l’immaturità della loro relazione lascia quasi subito spazio a incomprensioni e tradimenti. 

«Non aveva mai imparato a camminare nel suo mondo a testa alta, gli zoppicava dietro o di fianco con gli occhi rivolti verso il basso. Non era un problema di suo marito. Era lei, il suo modo bucherellato di essere. Era stato sciocco aspettarsi da Eugen che la guarisse, infantile buttargli addosso la responsabilità delle proprie ferite». Katarìna non è la sola ad aver commesso questo errore. La forza del romanzo di Jana Karšaiová sta proprio nel raccontare una storia valida per tutti.  

Leggere le pagine di «Divorzio di velluto» è come fare un viaggio nelle proprie consapevolezze. Alla fine del percorso, si percepisce per davvero e nel profondo che «sotto il buio la vita scorre per tutti» e che «a volte per andare avanti bisogna abbandonare e abbandonarsi». 

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