Esclusiva

Aprile 15 2022
“Spatriati”, sentirsi a casa dove non sei mai stato

Mario Desiati racconta il suo nuovo romanzo, tra i 12 candidati al Premio Strega

Quando Francesco vede per la prima volta Claudia nel cortile del liceo lei è alta, anticonformista e bellissima. Ha i capelli rossi. Indossa vestiti da uomo e le cravatte blu del padre, medico chirurgo di Martina Franca. Tutti a scuola la ammirano e la temono, è alternativa, fuori da ogni logica. Mario Desiati torna, dopo aver conquistato la finale dello Strega 11 anni fa, con “Spatriati”, edito da Einaudi.

“Spatriati” è una parola che vuol dire molte cose insieme. In Puglia tutti conoscono il suo significato, diverso di contrada in contrada. Nell’ordine può significare: esule, randagio, rinnegato, mancato, sbagliato. Non solo emigrato. È inclusiva e comprende il genere maschile, il femminile e il plurale.

 «In dialetto martinese alcune parole sono senza genere e numero e si chiudono con la schwa. È tipico in molti dialetti del sud. Sono venuto in contatto con questa parola quando ero giovanissimo, mi sembrava perfetta per raccontare le identità fluide di questa storia», spiega a Zeta Mario Desiati.

«Spatriare nel senso del libro significa prendere una coscienza della propria identità, è il viaggio alla ricerca di se stessi», racconta l’autore. Non a caso l’esergo del libro recita «Mai contento, mai nel mio centro», ed è tratto da una lettera di Giacomo Leopardi all’amico Pietro Giordani.

Il romanzo, che a tratti trasforma il suo lirismo in irrealtà, segue quindi il viaggio dei personaggi dagli anni del liceo fino all’età adulta.

Claudia e Francesco sono amanti, amici, fratelli. Il loro legame inizia come quando si inciampa in qualcosa mentre si cammina. Lui è da sempre innamorato, ma si conoscono perché il padre di lei e la madre di lui diventano amanti. Lui fa il chierichetto in parrocchia, lei balla nuda nei rave delle campagne pugliesi. Claudia è la prima a «spatriare». Le chiacchiere, la religione, le usanze del piccolo paese pugliese dove vive la soffocano. Lascia Martina per Milano e poi per Berlino, non tornerà più a casa. Francesco, invece, rimarrà sempre legato al paese. Per una breve parentesi raggiunge Claudia a Berlino e vivrà con lei la trasgressione della capitale tedesca.

A Berlino i due esplorano il mondo dei club di musica techno, come il Kit Kat e il Berghain, dove la trasgressione raggiunge il punto più alto. «Ognuno di noi si sente a casa anche in luoghi dove non è mai stato. Berlino mi ha sempre dato questa sensazione sin dalla prima volta che ho messo piede. È la città dove ho incontrato un aspetto del mondo che avevo sempre sognato di vivere, quello di un luogo democratico, multietnico».

Francesco e Claudia sono fluidi, sgusciano dalle definizioni, anche nel modo di vivere le loro relazioni. Il loro viaggio è fluido. Anche il sesso omosessuale è un modo per esplorare se stessi, una trasgressione come un’altra. «I personaggi sono queer e lo sono anche io. Potremmo dire che è un romanzo di e con persone queer».

Alcune recensioni pubblicate dopo l’uscita del libro lo hanno definito un romanzo «generazionale» che rappresenta il disagio dei millenials cresciuti negli anni ’90 e diventati adulti in un mondo che è cambiato in modo sempre più veloce. L’autore non è d’accordo con questa definizione.

«Non esistono romanzi che non siano generazionali. In fondo tutti personaggi hanno un’età e un loro tempo. Spero di essere riuscito a raccontare la ricerca della direzione migliore per noi stessi».

Claudia e Francesco corrono, corrono sempre, malgrado Franco Cassano, sociologo pugliese di cui nel romanzo viene citata l’opera «pensiero Meridiano», predichi la necessità di « “esseri lenti” come un treno di campagna». «Andare a piedi è sfogliare il libro, mentre correre è guardarne solo la copertina», dice Cassano.

La Puglia degli anni ’90 è il teatro in cui si svolge il romanzo. «L’evento per me più importante fu l’arrivo degli albanesi, con la scena che rimane indelebile per molti pugliesi, della nave Vlora con quasi ventimila persone stipate in un mercantile cubano adibito al trasporto di zucchero. Quel momento ha sancito l’inizio di una nuova era, trasformando la Puglia in una terra multietnica».

Il direttore del Salone del Libro, Nicola Lagioia, ha definito questo libro «politico».

«Abbiamo vissuto insieme la stagione della cosiddetta primavera pugliese. Erano anni dove il pensiero di Cassano definiva i lati di un nuovo modo di pensare la realtà. Quando si parte dalla realtà è impossibile non essere politici», conclude Desiati.