Esclusiva

Giugno 11 2022
«Sono italiana ma non per lo Stato» Nel labirinto della burocrazia

Ottenere la cittadinanza per i figli di immigrati è una corsa a ostacoli di cui, spesso, non si vede il traguardo. Le storie di due giovani donne che si sono battute per ottenere i diritti politici

«Entro 24 ore sarei diventata cittadina italiana ma il mio primo pensiero è stato: io lo sono da 18 anni». Safa ha ventuno anni ma per lo Stato, sebbene sia nata qui, è italiana solo da tre.

«Mio padre dal Marocco si è trasferito in Italia negli anni Novanta per cercare lavoro. Mia madre è arrivata qui un anno dopo. Si sono ritrovati in un paese non loro, senza conoscere la lingua, né la cultura. Io e i miei fratelli ci siamo ritrovati a mezz’aria tra due culture: quella d’origine che i nostri genitori volevano trasmetterci e quella del paese in cui siamo cresciuti. Una difficoltà aggravata dal fatto di non essere riconosciuti come figli di questo Paese dalle istituzioni».

Safa è nata a Perugia nel 2000 «Ho passato tutta la vita in un contesto italiano. Conosco la Costituzione e mi riconosco nei suoi valori. Sento mia la cultura, la cucina, la musica, la storia e ho studiato le materie che si insegnano nelle scuole, mi sono impegnata in politica e nell’associazionismo. Il mio passato, le mie relazioni e il mio futuro li vedo qui».

Qualche anno fa, al compimento dei 18 anni, Safa ha voluto dare forma a questo sentimento. Quello sarebbe stato il passaggio fondamentale affinché la sua voce di giovane attivista politica potesse ricevere un riconoscimento dalle istituzioni.

«Sono andata a informarmi per ottenere la cittadinanza all’ufficio immigrazione del comune, dove mi sono state date indicazioni sbagliate. Nonostante avessi più volte spiegato all’operatrice di essere nata in Italia, lei mi ha dato indicazioni sul percorso da intraprendere dando per scontato che fossi nata all’estero. Mi sono dovuta procurare numerosi documenti, tra cui la fedina penale, presso uffici anche molto distanti da casa mia». Arrivata all’anagrafe con le carte richieste, Safa, però, fa una brutta scoperta: il procedimento seguito fino a quel momento è sbagliato. «Avrei dovuto pagare soltanto un bollettino di 250 euro e procurarmi documenti più facilmente accessibili: lo stato di famiglia e l’attestazione del percorso scolastico fatto in Italia.L’ho fatto. Ho, poi, invitato la richiesta, che avrebbe dovuto accettare il sindaco, e consegnato il permesso di soggiorno, che da quel momento sarebbe diventato nullo».

Ottenere la cittadinanza significa, oltre che vedersi legittimata la propria identità, anche ottenere i diritti politici. «Quando ho capito che da quel momento in poi avrei potuto votare ho provato l’ebrezza comune a tutti i diciottenni che vengono per la prima volta investiti di una responsabilità così grande. Ma nel mio caso l’automatismo tra il raggiungimento della maggiore età e il diritto di voto non c’è stata.»

Se Safa, seppur dopo lunghe peripezie per la cittadinanza e poter votare, è riuscita a ottenere ciò che voleva e che sentiva come suo diritto dalla nascita, per la sorella, ancora non riconosciuta cittadina italiana, non vale lo stesso. «Se mi fossi trovata nella sua situazione sarei stata molto arrabbiata»

Safa non ha perso tempo e appena ottenuta la cittadinanza ha concretizzato il suo impegno politico candidandosi in una lista civica formata da giovani under 30 che concorreva alle imminenti elezioni comunali. «Una cosa che mi ricordo molto nitidamente è che al momento di presentare le liste ancora non mi era stata inviata la tessera elettorale a casa. A differenza di tutti gli altri membri della lista, nonostante fossi coetanea di qualcuno di loro, sono dovuta correre in comune a richiederla. Poter votare e poter candidarmi però aveva per me un significato chiaro: io sono italiana e mi metto in gioco per questo Paese».

Sono i pensieri che attraversano la mente di Adelina quando passa davanti all’Altare della Patria. «Spesso passo lì davanti mentre torno dal lavoro. Dalla prima volta in cui ho visto le grandissime bandiere tricolore libere al vento ho provato un’emozione indescrivibile, ho iniziato a percepire un senso di appartenenza: è nato il desiderio di restare qui. Non c’era più il pensiero di non poter più tornare a casa e di essere sradicata. C’era il desiderio che questa fosse la mia casa per sempre».

Adelina, come la sorella maggiore di Safa, non è nata in Italia e si è trasferita quando aveva appena nove anni. «Sono nata e cresciuta in Romania. Nel 2009 sono andata via con i miei genitori e ad Avezzano, in Abruzzo, abbiamo iniziato una nuova vita. Il piano era venire in Italia, lavorare, lavorare, lavorare e tornare a casa.  È un piano comune a tanti stranieri che decidono di emigrare». Il progetto, però, ha presto subito una modifica.

«Pensavamo di costruire una casa in Romania con i soldi guadagnati qui ma questo non è stato possibile. Siamo rimaste solo io e mia madre in Italia. Io ho continuato ad andare a scuola qui. La mia vita è andata avanti, presto il pensiero ‘tornerò a casa’ è stato sostituito da ‘forse questa diventerà casa mia’ perché la Romania non lo era più. Ai tempi del liceo mi sentivo del tutto integrata, tornavo poco nel Paese dei miei genitori, che non percepivo più come mio».

Adelina, che ormai vive in Italia da 14 anni, davanti alla domanda su quanto si sente italiana non esita. «Io mi sento tanto italiana. Mi capita di parlare con persone che dicono di voler andare via dall’Italia per un lavoro migliore o meglio retribuito, davanti a questi discorsi penso soltanto a quanto voglio rimanere qua. Già sono andata una volta via da casa mia, adesso voglio restare in quella che sento essere la mia terra».

Circa quattro anni fa, Adelina ha avviato le procedure per richiedere la cittadinanza. L’incertezza, il caos e la solitudine sono le sensazioni prevalenti che l’hanno accompagnata in questo percorso. «Non esistono sportelli, numeri di telefono e ti ritrovi da solo a dover capire tante sfumature per quanto riguarda i requisiti e la tua situazione personale. Un giorno dopo essere stata in Romania per preparare tutti i documenti, sono andata in Prefettura. Ero entusiasta perché pensavo di farcela, di avere tutto, dovevo solo chiudere gli ultimi passaggi. Alla mia richiesta di informazioni la signora allo sportello mi ha detto: “Non gliel’accetteranno mai la domanda, non la faccia nemmeno.Lei ha un reddito troppo basso”».

Il requisito reddituale minimo per avere accesso alla cittadinanza era di undicimila euro, l’avere risieduto in Italia ininterrottamente per oltre dieci anni e il fatto di aver frequentato la scuola in Italia, dalle elementari all’università, non era sufficiente.

«Io ero incredula, le dissi “cosa c’entra che ho un reddito troppo basso? Io sono una studentessa, ho sempre studiato qui”. All’epoca avevo anche un regolare contratto di lavoro. Però non bastava e, infatti, la mia domanda sarebbe stata rifiutata».

Non vedersi riconosciuta come italiana non ha solo un impatto emotivo, le conseguenze a livello giuridico sono molteplici, prima fra tutte l’impossibilità di partecipare alla vita pubblica del proprio Paese.

«Nel periodo della campagna di raccolta firme per richiedere il referendum sull’eutanasia legale, un giorno ero per strada al telefono e ho visto una ragazza con un volantino in mano. I nostri sguardi si sono incrociati, io le ho sorriso e ho annuito. Ho chiuso la telefonata e sono andata allo stand per firmare. Arrivata lì, mi hanno chiesto i documenti. Ho provato un forte imbarazzo, mi sono scusata e ho spiegato che a quella raccolta firme non potevo partecipare. Per me era una cosa talmente normale, era così spontaneo il pensiero di voler partecipare e far sentire la mia voce che in quel momento di distrazione ho seguito solo il mio istinto e mi sono avvicinata emozionatissima. Andandomene mi sono sentita una cretina, pensavo solo ‘perchè io non lo posso fare? Non ha senso’».

Il 12 giugno, quando i cittadini italiani verranno chiamati alle urne per esprimersi nel referendum sulla giustizia, Adelina rimarrà a casa.

«Non poter votare mi dà sempre un senso di chiusura ed esclusione. Non essere riconosciuta come italiana dalle istituzioni mi fa sentire molto sola. è come se dovessi lottare sempre, cercare strade diverse, procedimenti molto più lunghi, alternative perché la porta principale è chiusa. Ti ritrovi costretto a entrare in un labirinto per trovare anche solo un buco, da qualche parte, attraverso cui entrare».

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