Esclusiva

Gennaio 25 2023
L’animazione come mezzo espressivo oltre il genere

Le nomination agli Oscar 2023 ignorano l’appello del regista Guillermo Del Toro a considerare il suo “Pinocchio” nella categoria del miglior film

Era il 1939 quando Walt Disney riceveva l’Academy Award onorario per Biancaneve e i sette nani. Non esisteva un metro di giudizio né una categoria apposita, ma il film colpì a tal punto l’Accademia cinematografica statunitense da dedicare un premio speciale al regista. La statuetta d’oro più famosa al mondo gli venne consegnata insieme a sette identiche miniature. Sono occorsi altri cinquantatré anni prima che un altro film di animazione arrivasse così vicino all’ambito premio e altri dieci prima che venisse creata l’apposita categoria per il miglior film di animazione.

È il 1992, infatti, quando La bella e la bestia entra nella cinquina del Best Picture. Quell’anno vince Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme ma è Disney a scrivere un pezzo di storia del cinema. Nel 2002, quando la concorrenza al colosso diventa solida a sufficienza, grazie a Dreamworks e Pixar, l’Academy decide di creare una categoria separata, il cui primo vincitore è Shrek. Da allora solo altri due titoli sono riusciti a oltrepassare i limiti immaginari imposti dalle categorie, sconfinando in quella più prestigiosa (Up nel 2010 e Toy Story 3 nel 2011, entrambe produzioni Pixar). In tutti gli altri casi, la creazione di un “campionato” a parte ha rafforzato l’idea, anche nel sentire comune, che esista un cinema superiore e un cinema inferiore. Se c’è qualcosa che però insegnano anche i festival, in cui queste distinzioni di forma spesso non esistono – e dove anche un documentario può arrivare a vincere il Leone d’oro – è che si tratta solo di semplificazioni e di scelte di interesse produttivo ed economico.

“Guillermo Del Toro’s Pinocchio”

L’animazione, come il documentario, non è che uno strumento, un mezzo di espressione all’interno di uno stesso linguaggio. «Animation is cinema», l’animazione è cinema, come ha affermato il regista Guillermo Del Toro per l’intera campagna promozionale del suo Pinocchio, disponibile su Netflix. Il già Premio Oscar aveva infatti insistito sull’importanza di riconoscere il pieno status artistico a un film che sceglie in modo consapevole l’animazione come tecnica, non come fine ultimo. Il titolo originale, Guillermo Del Toro’s Pinocchio, lo rende ancora più esplicito: si tratta di un’opera d’autore, non di un «film per bambini», intendendo con queste parole che l’animazione non è un linguaggio semplificato per un pubblico più ingenuo.

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A questo proposito è sufficiente pensare al film Flee (del danese Jonas Poher Rasmussen) l’anno scorso candidato a miglior film internazionale, miglior documentario e miglior film d’animazione: un racconto durissimo di un vero rifugiato afghano in Danimarca che, per salvaguardare l’identità del protagonista e al tempo stesso raccontare una storia molto forte e traumatica, sceglie di esprimersi attraverso il disegno animato. Ancora una volta uno strumento, non un genere a sé, in mano al regista per decidere come rappresentare al meglio ciò che intende trasmettere al pubblico.

Del Toro sa di voler raccontare una storia di padri e figli, di lutto e rinascita. Sa che per farlo attraverso Pinocchio, di cui l’ultimo dei numerosi adattamenti è uscito soltanto pochi mesi prima (con la regia di Robert Zemeckis) deve trovare una chiave diversa, soltanto sua. Al di là della raffinata tecnica in stop motion, realizzata attraverso veri burattini e pupazzi di legno mossi a mano inquadratura dopo inquadratura, è perciò il sottotesto stratificato del film a renderlo una delle opere migliori di questa stagione.

In Pinocchio, infatti, Del Toro si rispecchia come in ogni suo film precedente. Rielabora ancora una volta il tema portante della sua filmografia, il mostro, il diverso incompreso. Usa la fiaba di Carlo Collodi per ricostruire un universo di senso che appartiene innanzitutto a lui come autore, dalla Fata Turchina che diventa un’inquietante sfinge, ai quattro conigli neri, figure originali del racconto, terrificanti ma innocue, anch’esse come la Fata, funzioni di quel personaggio ancor più grande, totalizzante e ricorrente che è la Morte. La sua libertà di autore al contempo permette a Del Toro di allontanarsi dal contesto noto, spostando l’ambientazione dall’Italia di fine Ottocento, post Unità, all’Italia fascista, con riferimento diretto a Benito Mussolini, presente fra i personaggi del film.

La fiaba sull’obbedienza aggregatrice per antonomasia nel mondo occidentale, diventa così, per mano del regista, un elogio alla disobbedienza, una necessità politica di ribellione ai populismi del presente, incarnati dai totalitarismi del passato. Un messaggio che vale anche per i bambini, certo, come adulti di domani, ma di cui loro non sono i primi interlocutori.

Guillermo del Toro's Pinocchio. Cr: Netflix © 2022
Guillermo del Toro’s Pinocchio. Cr: Netflix © 2022

Il Pinocchio di Del Toro e la cinquina da Oscar

Ogni film di animazione che concorre ai massimi livelli dei premi cinematografici, compresi gli altri quattro che con Pinocchio compongono la cinquina Oscar del 2023, non è mai pensato solo per un pubblico giovane o inesperto. La ragione più semplice è che i bambini non guardano i film da soli, soprattutto al cinema, quindi catturare anche l’attenzione degli adulti è una sfida creativa che tutti i film Pixar e Dreamworks (Disney molto meno) provano a vincere. È il caso quest’anno di Red e Il gatto con gli stivali 2: il primo un racconto di formazione al femminile, sul corpo che cambia e stravolge l’equilibrio adolescenziale, il secondo uno spin-off di Shrek che ne mantiene l’ironia e la sperimentazione.

Eliminando i tre colossi, tuttavia, restano spesso alcune mine vaganti, delle eccezioni destinate a brillare. Insieme a Pinocchio anche Il mostro dei mari prova a portare a Netflix la prima vittoria in assoluto nella categoria di animazione. È tuttavia Marcel the Shell di Dean Fleischer-Camp il curioso outsider della cinquina. Come il film di Del Toro è anch’esso girato in stop motion, in una combinazione con la ripresa dal vivo nei momenti in cui il protagonista, la piccola conchiglia Marcel, dialoga con il vero regista, nella formula del mockumentary, il finto documentario. Un film complesso, anche questo, che affronta temi essenziali dell’identità: l’abbandono, il lutto, la paura di non essere abbastanza o di non farcela da soli e la scoperta, invece, dei tanti modi in cui ci si può stupire di se stessi.

Temi “grandi” per film che per sbaglio si continuano a considerare “per i piccoli”.

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