L’inquadratura si apre su una montagna innevata, un paesaggio lunare: è l’Etna. Un uomo in completo grigio cammina verso la cima del vulcano, mentre in sottofondo suonano le prime note de “La cura”. L’ambientazione della scena inziale di “Franco Battiato. Il lungo viaggio”, il primo biopic dedicato alla vita del cantautore siciliano, in sala dal 2 al 4 febbraio e poi in prima serata su Rai Uno il 1° marzo, viene riproposta più volte nel corso del film. Fa da cornice al sogno ricorrente del protagonista, in cui cerca di raggiungere, senza mai riuscirci, una donna misteriosa, e al suo incedere graduale verso la vetta, meta del suo lungo viaggio.
La pellicola, diretta da Renato De Maria e scritta da Monica Rametta, procede in ordine cronologico: luogo dopo luogo, ogni incontro lascia spazio a quello successivo e ciascuna svolta segue la precedente. Dall’infanzia in Sicilia – contraddistinta dalla rassicurante presenza della madre e dal rapporto complicato con il padre – al bisogno di andarsene. Quindi l’arrivo a Milano e i primi dischi. Poi il viaggio a Tunisi, per fare fronte a una crisi artistica, il ritorno in Italia e la svolta commerciale, dettata dal desiderio «di raggiungere il successo», che infatti arriva con “L’era del cinghiale bianco” (ispirata proprio al suo viaggio a Tunisi). Ancora i concerti, il rapporto con l’amica e musa Fleur Jaeggy e con gli altri artisti di cui comporrà i brani più famosi (su tutti, Alice e Giuni Russo). Infine, la morte della madre, Grazia Patti, nel 1994, che chiude l’opera, suggerendo che “La cura” sia dedicata a lei.
Al rapporto viscerale che lega Battiato alla madre e che appare il vero fulcro narrativo del biopic, fa da contraltare l’assenza, per scelta, di una vita sentimentale. Mentre sullo sfondo rimane, costante, la domanda: «Io chi sono?»
Le immagini accompagnano gli eventi con rispetto, come se ogni passaggio fosse inevitabile. Eppure, mentre la cronologia procede, resta la sensazione di guardare il cantautore sempre da fuori: se ne intuisce la direzione, ma non il viaggio interiore. Quello che il film mostra è ciò che è successo a Franco Battiato. Le canzoni entrano in scena con la naturalezza delle cose note, si appoggiano alle immagini e scorrono via, riconoscibili e familiari. Ma restano in superficie. Perché i suoi brani, così immediati all’ascolto e orecchiabili nella melodia, necessitano un secondo tempo, uno spazio di decifrazione, un’attenzione diversa da quelli degli altri cantanti suoi contemporanei. Spesso si sentono “Bandiera bianca” o “Cuccurucucù”, tra le più famose, ma non c’è un racconto delle esperienze.
Manca la messa in scena del luogo in cui i brani hanno preso forma. Non il palco, non lo studio di registrazione, ma lo spazio interiore del cantautore, fatto di letture, ascolti, esperienze personali, riferimenti lontani e discipline estranee alla canzone italiana del tempo. Manca il Battiato artigiano delle sue canzoni. E così la pellicola rinuncia a entrare nel suo immaginario, in quel territorio opaco e stratificato che lo ha sempre reso diverso dagli altri cantautori: orecchiabile in superficie, indecifrabile appena sotto.
La performance dell’attore protagonista, Dario Aita, palermitano, classe 1987, che ha esordito al cinema con “La prima linea” (2009), diretto dallo stesso De Maria e che di recente è stato coprotagonista in “Parthenope” di Paolo Sorrentino, è uno dei punti di forza dell’opera. Aita è riuscito a restituire Battiato nella sua complessità, dalle movenze, agli sguardi, al modo di parlare e, soprattutto di cantare. Permettendo allo spettatore di cogliere le tante sfaccettature di un uomo e di un’artista che, al termine del suo lungo viaggio, caratterizzato dal continuo sovrapporsi di ricerca artistica e spirituale, è giunto alla conclusione che alla domanda sull’identità «non c’è una risposta. E se esiste, ce ne sono tante».