Esclusiva

14 Marzo 2020
Cina, fra polemiche e solidarietà

La Cina è protagonista indiscussa di questa pandemia. Dalle polemiche con gli USA agli aiuti sanitari passando per la gestione del virus. A Wuhan dimesso l’ultimo contagiato dagli ospedali temporanei. Riparte l’economia

«Sono sicura che andrà bene, il governo ha tutto sotto controllo», queste le parole di Huafei, una studentessa di Pechino di 18 anni, quando il virus cominciava a diffondersi a Wuhan. Tre mesi dopo, il 10 marzo, medici e infermieri escono dagli ospedali provvisori costruiti nelle zone rosse senza mascherine. Sono visibilmente stanchi, ma emozionati, anche l’ultimo paziente è stato dimesso. Negli stessi giorni l’agenzia cinese Xinhua annuncia la ripresa delle attività ed il ritorno al 90% della produttività nella provincia di Hubei, focolaio del Covid-19.

Nonostante i dubbi sulla veridicità dei dati provenienti dalla Cina non si può negare che la gente stia riprendendo la propria vita. «I negozi e le attività commerciali stanno aprendo lentamente, ma dobbiamo entrare pochi alla volta» scrive Emilee, una studentessa coreana che vive a Pechino. «Qui non c’è stato neanche un caso nell’ultima settimana. Dicono che se la situazione sarà la stessa per altri 28 giorni saremo fuori dalla quarantena».

La strategia portata avanti dal presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping è stata importante ed efficiente per il contenimento dei contagi da Covid-19, come dimostrano i dati attuali: Ieri sono stati soltanto 26 i casi confermati e 11 i decessi. Un numero notevolmente basso se si considerano i dati dei primi mesi. Sicuramente questo veloce ribasso non sarebbe stato possibile con un sistema politico diverso, ma soprattutto con una cultura diversa. Il massimo rispetto delle regole di quarantena e la fiducia del popolo nel proprio governo sono stati fondamentali.

Nonostante siano passati ormai mesi e in Cina si cominci a tornare alla normalità continuano le ipotesi sul paziente 0, una figura importante perché potrebbe aiutare gli scienziati a comprendere l’origine del virus, la sua diffusione e come eliminarlo. Secondo il South China Morning Post, giornale di Hong Kong, il primo caso in Cina risalirebbe al 17 novembre: un 55enne della provincia di Hubei. La testata rivela che da quel contagio sarebbero stati segnalati da uno a cinque casi al giorno, tenuti segreti dal governo cinese che ha invece confermato la presenza del virus solo l’8 dicembre. La risposta dalla Cina non si è fatta attendere. Zhao LiJian, portavoce del Ministro degli Affari Esteri, in un suo tweet ha accusato i soldati americani di aver portato il Covid-19 nel suo Paese. Lo scorso ottobre a Wuhan si sono svolti i “Military World Games” che hanno visto anche la partecipazione dell’esercito americano. Secondo molti il virus sarebbe arrivato in Cina in questo modo. Zhao riprende il video di una conferenza di Robert Redfield, direttore del Centro di Controllo e Prevenzione delle Malattie degli USA, in cui afferma che forse il Coronavirus era già presente in America perchè scoperto tra chi si pensava fosse morto per l’influenza.

Oltre a ciò, sul piano degli aiuti, la Cina si è mossa su più fronti nel supportare e accogliere le richieste da parte di tutti i Paesi colpiti dall’epidemia di coronavirus.

Lo scorso 29 febbraio cinque esperti della Croce Rossa cinese (红十字) sono arrivati ​​a Teheran, in Iran, con aiuti medici. Il 9 marzo, poi, è stato il turno della Corea del Sud, al momento il terzo paese per numero di contagi, a ricevere mascherine e N95 (maschere con filtraggio superiore al 95%) per un totale di 5 milioni di pezzi. Prima di ciò, però, il governo cinese aveva già donato 1,1 milioni di maschere e 10.000 tute protettive alla Corea del Sud.

Cina, fra polemiche e solidarietà
Gli aiuti arrivati dalla Cina in Corea del Sud

Viceversa, anche la comunità internazionale ha fornito al governo cinese preziosi aiuti per combattere il nuovo Covid-19. Al 2 marzo sono stati 62 i paesi e sette le organizzazioni ad aver donato forniture mediche alla Cina, come maschere e tute protettive. Fra questi, il governo della Birmania ha fornito riso, lo Sri Lanka ha donato tè nero, la Mongolia ha regalato 30.000 pecore e il Pakistan ha donato maschere dall’inventario degli ospedali di tutto il Paese. Lo ha detto il vice ministro cinese degli Esteri, Ma Zhaoxu.

Anche l’Italia ha ricevuto aiuti dalla Cina in seguito all’accordo fra il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e il suo corrispettivo cinese, Wang Yi. È infatti di ieri, 13 marzo, la notizia dell’arrivo all’aeroporto di Roma Fiumicino di un’equipe di nove persone fra cui medici ed esperti, insieme a tonnellate di forniture: oltre 700 pezzi di attrezzature e merci tra cui ventilatori, monitor e defibrillatori. Trenta set di apparecchiature per terapia intensiva oltre a 9 bancali con materiali respiratori, elettrocardiografi, decine di migliaia di mascherine e altri dispositivi sanitari trasferiti alla Croce Rossa italiana.

Ma tutto questo materiale è stato donato o acquistato? A tal proposito ieri Il Foglio citava fonti della Farnesina e della Protezione civile in relazione alla non gratuità di questi beni. Non ci sarebbe niente di gratis, quindi, in quello che la Cina ha inviato. E si potrebbe pensare che, così come con l’Italia, anche con altri Paesi il governo cinese stia cercando di stringere accordi commerciali di carattere sanitario per rialzarsi dopo la batosta, rimettendo in moto l’economia e, allo stesso tempo, fornendo conoscenze, tecnologie e dossier. Il governo e i ricercatori hanno infatti condiviso documenti tecnici con oltre 100 paesi e una dozzina di organizzazioni internazionali e regionali, come piani per la prevenzione e il trattamento delle epidemie.

Anche l’Iraq, fra l’altro, si trova ora al centro dell’epidemia da coronavirus e, di conseguenza, fra gli aiuti della Repubblica Popolare Cinese. Gli esperti, sette in tutto, stanno collaborando con le autorità sanitarie irachene per dare priorità alle strategie di risposta, colmare alcune lacune nei test e portare l’esperienza della Cina a beneficio di un Paese già sfinito a causa di guerre e conflitti.

Intanto in Cina la produzione giornaliera di mascherine è cresciuta rapidamente, superando i 100 milioni di pezzi. Lo ha annunciato la National Development and Reform Commission (NDRC) il 2 marzo scorso e il trend, ad oggi, sembra essere anche in aumento. Così come è in aumento la fiducia che i cinesi ripongono in una rapida risoluzione dell’epidemia. Xi Jinping, al netto delle polemiche rispetto alla non comunicazione tempestiva del virus, sta portando a casa un risultato, a suo modo, storico.