Esclusiva

10 Aprile 2020
Eurogruppo, sì al Mes, no agli Eurobond. Ma l’Ue resta divisa

L’intesa dei ministri europei allenta la tensione, è scontro sulla condivisione del debito. In gioco la credibilità dell’Unione

L’accordo sofferto, poi l’applauso liberatorio. Semaforo verde dell’Eurogruppo sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes, o Fondo Salva-Stati). Unica condizione, le risorse (240 miliardi di euro) dovranno servire solo a coprire le spese mediche dirette o indirette utili a contrastare la pandemia di Sars-Cov-2. Cento invece i miliardi per finanziare la cassa integrazione attraverso il programma Sure. 200 quelli erogati alle imprese dalla Banca europea per gli investimenti (Bei). In tutto, 540 miliardi di euro messi sul piatto dai ministri delle Finanze dell’eurozona.

Al centro delle polemiche, le condizionalità del Mes, imprescindibili soprattutto per i Paesi Bassi. «L’accesso garantito sarà il 2% del Prodotto interno lordo (Pil) del rispettivo Stato membro alla fine del 2019, come parametro di riferimento», tutti i Paesi «rimarranno impegnati a rafforzare i fondamenti economici e finanziari, coerentemente con i quadri di coordinamento e sorveglianza economica e fiscale dell’Unione europea, compresa l’eventuale flessibilità applicata dalle competenti istituzioni».

La parola passa ai leader politici, che dovranno accordarsi nel Consiglio europeo, ma le tensioni persistono. Soprattutto quando si parla di Eurobond. L’Eurogruppo ha accettato la proposta di Francia e Italia di creare un Recovery Fund temporaneo da 500 miliardi di euro. Come finanziarlo? Il ministro italiano dell’Economia Roberto Gualtieri parla di emissione di obbligazioni congiunte. Ma è proprio qui che l’Europa si divide. Nord contro Sud. Sud contro Nord. Italia, Francia, Belgio, Spagna, Lussemburgo, Slovenia, Portogallo, Grecia, Irlanda da un lato, Germania, Olanda, Finlandia, Austria e Danimarca dall’altro. I secondi, non vogliono neanche sentir parlare di mutualizzazione del debito, nemmeno in una situazione di emergenza sanitaria come quella odierna. Un fattore, quindi, esogeno rispetto ai problemi che hanno afflitto l’eurozona durante la crisi dei debiti sovrani nata nel 2009-2010. 

«Il benessere della Germania dipende dal benessere dell’Europa. Ora, quali strumenti siano adatti a questo scopo, qui vi sono opinioni diverse. Sapete che non credo al debito comune a causa della situazione della nostra unione politica, ed è per questo che respingo questa idea». La posizione della cancelliera tedesca Angela Merkel prima del vertice è stata condivisa anche dal ministro olandese delle Finanze Wopke Hoekstra, che a tarda notte ha twittato: «Siamo e resteremo contrari agli Eurobond. Pensiamo che questa idea non aiuti l’Europa o i Paesi Bassi sul lungo termine». Risultato, nell’accordo si menzionano «strumenti finanziari innovativi», come spiegato poi dalla numero uno della Banca centrale europea, Christine Lagarde, sempre con un cinguettio su Twitter. Una formula più gradita ai due leader. 

Già dalla crisi del 2009-2010 Berlino, insieme ad Amsterdam ed Helsinki, era critica circa l’ipotesi Eurobond. L’emissione comune di titoli del debito pubblico comporta infatti una condivisione generalizzata dei rischi in caso di default. Secondo loro, i Paesi “core” (cioè i più “virtuosi”, meno indebitati) dovrebbero farsi carico di un onere in più in favore di quelli “periferici”, con un’economia più fragile e riforme strutturali in ritardo, tassando i propri contribuenti. Un atteggiamento difficile da rendere attraente per l’elettorato domestico.

La crisi del debito sovrano, per alcuni Stati, era imputabile a specifici comportamenti di politica economica. Esemplare fu il caso della Grecia che aveva falsificato il bilancio, con la collaborazione della banca statunitense Goldman Sachs, durante l’amministrazione di George Papandreou. Il nuovo coronavirus di Wuhan, di contro, colpisce tutti in modo indiscriminato e non ci sono responsabilità specifiche

A preoccupare i Paesi del Nord è anche l’utilizzo differenziato delle risorse liberate dalla vendita di Eurobond. Queste, infatti, potrebbero essere investite più in alcuni Stati che in altri, a seconda delle reali necessità di ognuno. Come ha spiegato Alessandro Tentori, responsabile dell’ufficio investimenti di AXA Italia, gruppo assicurativo su scala mondiale «questo farebbe essenzialmente ricadere il costo netto del finanziamento su altri Paesi», aveva spiegato.

Eurogruppo Mes Eurobond

A impedire una mutualizzazione del debito contribuisce anche la ormai cronica assenza di un’Unione fiscale. La riscossione delle tasse è demandata ai singoli Stati membri e la Commissione europea si limita a coordinare, armonizzare e controllare le politiche fiscali nazionali. Tentori specifica che «ogni ingerenza da parte di altri Paesi piuttosto che di Bruxelles viene vista come un affronto, quasi si trattasse di un atto bellico. Prova ne è lo stigma che fu in passato associato ai programmi di aiuto per la Grecia, la Spagna e il Portogallo. L’allora governo Berlusconi si oppose con fermezza all’ingresso della Trojka [l’insieme dei creditori durante le negoziazioni con gli Stati, ndr] a Roma».

L’accordo raggiunto dall’Eurogruppo fa tirare un sospiro di sollievo ai Paesi del Sud. Ma lo scontro è appena agli inizi. «Sul Recovery plan ci sarà la battaglia più dura perché l’Italia chiede che abbia una dimensione grande con l’emissione di bond», sostiene Gualtieri. Sarà il Consiglio europeo, quindi la politica, a decidere. La riunione si terrà in videoconferenza il 23 aprile. In gioco, la tenuta e la credibilità dell’Eurozona nel lungo periodo.