Esclusiva

24 Aprile 2020
Consiglio europeo, l’accordo non c’è

I Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea approvano il piano messo a punto dall’Eurogruppo. Sì al Recovery Fund, sarà la Commissione a stabilirne le modalità. Nord e Sud però sono ancora divisi

Una dichiarazione presidenziale. È a questa che Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, si è affidato il 23 aprile per annunciare i risultati della riunione in videoconferenza dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea (Ue). Nessuna intesa, dunque. Solo una comunicazione. Segno che le fratture tra Nord e Sud restano aperte.

Consiglio europeo, l’accordo non c’è

C’è il Mes (Meccanismo europeo di stabilità, o Fondo salva-Stati) da utilizzare solo per spese mediche dirette o indirette (240 miliardi di euro); c’è il programma Sure per finanziare la cassa integrazione (100 miliardi); c’è la Banca europea per gli investimenti (Bei) a sostegno delle imprese in difficoltà (200 miliardi). Ma soprattutto, garantito dal bilancio pluriennale Ue 2021-2027, c’è il Recovery Fund tanto bramato da Francia e Italia.

Un fondo che, per Michel, sarà «abbastanza grande da far fronte all’entità della crisi e rivolto ai settori e alle aree geografiche dell’Europa più colpiti» e che per Ursula von der Leyen, numero uno della Commissione europea, sarà almeno di 1000 miliardi di euro. Per far ciò, sarà necessario che gli Stati membri contribuiscano al budget europeo per almeno il 2% del proprio RNL (Reddito Nazionale Lordo, cioè la nuova ricchezza prodotta ogni anno dal sistema economico e ripartita tra coloro che hanno contribuito a crearla), rispetto all’attuale 1,2%.

«È una misura importante perché è passato anche il principio che è uno strumento urgente, uno strumento assolutamente necessario» ha commentato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte al termine del vertice. I 540 miliardi di euro, già messi sul piatto lo scorso 9 aprile dai ministri delle Finanze europei (riuniti nell’Eurogruppo), diventeranno operativi a partire dal 1 giugno. Come il Fondo per la ripresa sarà agganciato al bilancio e in che modo sarà finanziato lo deciderà tra due settimane la Commissione europea.

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Per Italia, Francia, Portogallo, Grecia e Spagna il Recovery Fund dovrà essere di 1500 miliardi di euro e garantire anche finanziamenti a fondo perduto: nessuna restituzione della somma, solo il pagamento dei tassi d’interesse. «Servono trasferimenti di risorse verso i Paesi Ue più colpiti da questa crisi, non dei prestiti», ha precisato il presidente francese Emmanuel Macron. Ostili alla proposta Svezia, Austria, Finlandia e Paesi Bassi. In mezzo, la Germania di Angela Merkel, che nel suo discorso al Parlamento tedesco si è detta favorevole al Recovery Fund perché «siamo una comunità di destino. L’Europa non è l’Europa se non si difende a vicenda nei periodi di indebitamento». Incerta la sua posizione sui trasferimenti a fondo perduto.

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Come afferma Cosimo Pacciani, ex Chief risk officer del Mes, «anche Paesi come la Germania hanno il problema di dover gestire le proprie finanze efficientemente. Una soluzione a fondo perduto (senza ulteriori dettagli) crea troppa incertezza, rendendo le misure indigeribili politicamente e amministrativamente». Intanto, la donna forte della Commissione ha parlato di un mix di prestiti e finanziamenti.

L’apertura tedesca genera speranze tra chi ancora sogna un Europa federale. Il limite principale del progetto è la dipendenza dell’Ue dai Paesi membri. «Mentre negli Stati Uniti in pochissimi giorni è stato stanziato un piano di 2000 miliardi perché hanno un governo – e quindi un bilancio – federale vero e proprio, in Europa bisogna mettere d’accordo 27 Stati perché le decisioni più importanti vengono prese dal Consiglio europeo, dall’Eurogruppo, dall’Ecofin e così via». A dirlo è Giulia Rossolillo, docente di Diritto dell’Unione europea all’Università di Pavia, intervenuta durante un webinar organizzato del deputato Alessandro Fusacchia.

Il problema si ripercuote anche sulle misure da adottare per contrastare la pandemia. Per esempio, «quando si parla di emissione di bond, questi dovrebbero essere garantiti dal bilancio Ue, che è però limitatissimo. Quindi la soluzione è sempre la stessa, che vengono cioè garantiti dal budget europeo e dai Paesi. È un meccanismo perverso perché gli Stati decidono all’unanimità quante risorse vanno all’Unione e versano più del 70% del budget con contributi nazionali. È evidente che sono molto restii ad aumentare questo bilancio e che il finanziamento dell’Ue dipende anche da loro» sostiene Rossolillo.

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I passi in avanti ci sono stati, soprattutto da parte della Germania. «La cosa preoccupante però – continua la professoressa – è che Merkel si è detta disposta ad aumentare il contributo al prossimo quadro finanziario pluriennale, quello cioè dove vengono inseriti i bilanci nazionali. Ma se rimaniamo nell’ottica di un budget Ue finanziato dagli Stati non ne usciamo. I governi nazionali rispondono al proprio elettorato, è ovvio che si scontrino interessi divergenti. Se stiamo andando verso un Europa più federale o meno dipende da come verranno impostate le decisioni. Se si sceglieranno sempre strumenti tradizionali, senza eliminare la dipendenza dell’Unione dagli Stati e senza garantirle un certo grado di autonomia finanziaria, allora andremo probabilmente verso un periodo molto duro».

Secondo Pacciani, quello di ieri è stato un Consiglio interlocutorio. «Siamo ancora nella fase della vittoria politica e non di quella comunitaria. Tutti i leader devono tornare a casa e poter dire ai propri cittadini di essere stati ascoltati. Le questioni pratiche e serie saranno valutate tra due settimane. I segnali positivi non mancano, la Germania ha sviluppato delle idee che finora non si pensava potesse avere. La riunione di ieri non va pensata come un successo per l’Italia, al massimo per l’Europa. Si tratta solo di una prima battaglia di una campagna molto lunga».

L’Eurogruppo ha quattordici giorni per cercare un equilibrio tra le forze in campo. Poi, la decisione della Commissione sul Fondo per la ripresa. Infine, un’altra riunione del Consiglio europeo. «Tra una o due settimane da Bruxelles arriverà una proposta, non un accordo. Ci vorrà del tempo e qualunque cosa venga fuori da questi incontri, sarà effettiva a partire dal 1 gennaio 2020». È quanto trapela da un funzionario della Commissione europea. Intanto, però, i morti da Coronavirus aumentano e l’economia sta franando verso una recessione senza precedenti.