Esclusiva

12 Maggio 2020.
 
Ultimo aggiornamento: 15 Maggio 2020
Piccoli infermieri crescono

L’emergenza COVID-19 ha condizionato il lavoro e la vita di tutti gli operatori sanitari. La storia di un’allieva infermiera, tra le preoccupazioni da genitore e la delusione di un tirocinio virtuale

Secondo il report dell’INAIL, Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, durante la pandemia sono stati 37.352 i contagiati da Covid19 nel settore sanitario, i più colpiti sono gli infermieri. In prima linea contro il virus, storie di donne e uomini che hanno deciso di dedicare la propria vita agli altri #giornatainternazionaledegliinfermieri


«Mamma, se il virus è invisibile, perché è così pericoloso?». Il figlio più piccolo di Giulia ha quattro anni. Passa dal tavolo da pranzo, dove la madre segue online le lezioni di microbiologia, al divano del salone, litigando con il fratello per la PlayStation. L’asilo è chiuso ed è preoccupato di non poter andare in spiaggia la prossima estate. Il Coronavirus gli sta antipatico, e, curioso, sbircia lo schermo del computer, facendo domande in continuazione.

Giulia abita a Ladispoli, città sul mare, a 60 chilometri da Roma. Frequenta l’università “Sapienza”, nella Capitale, ma il lockdown dovuto alla pandemia ha stravolto il programma di studi e i suoi progetti. «A 28 anni ho deciso di mettermi in gioco e mi sono iscritta al corso di scienze infermieristiche. Lo scorso gennaio ho cominciato il tirocinio del primo anno nel reparto di malattie infettive del policlinico Umberto I. Ero elettrizzata, ma allo stesso tempo preoccupata. Mi chiedevo con quali strani microrganismi sarei entrata in contatto.
Invece tutto è diventato familiare e mi sono appassionata. Ho fatto pratica, imparato a usare i dispositivi di protezione individuale e ho appreso semplici regole per non contagiare me stessa e gli altri».

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Giulia con la mascherina

All’inizio del praticantato l’epidemia da Coronavirus sembrava lontana. Poi a febbraio sono comparsi i primi casi in Lombardia e il livello di allerta è aumentato.

«I malati con sintomi sospetti venivano messi in isolamento respiratorio e da contatto, e ci vietavano di entrare in quelle stanze, se non in caso di necessità. Passavano i giorni e l’informazione era sempre più monopolizzata dal SARS-CoV-2. I medici e gli infermieri sembravano tranquilli. Anzi, a volte scherzavano per tirarci su il morale. Tuttavia, qualcosa stava cambiando. Tornavo a casa, mi spogliavo in bagno e facevo una doccia. Solo dopo abbracciavo i bambini. Non volevo correre alcun rischio. Quando al policlinico sono arrivati i primi pazienti COVID-19 noi allievi siamo stati mandati via e i professori hanno sospeso tutti i tirocini».

Niente più alzatacce mattutine, ripasso notturno delle materie o scomode dormite in treno. Ma Giulia non si reputa fortunata: «parliamo di una professione in cui la pratica è fondamentale e, sin dall’inizio della facoltà, deve andare di pari passo con lo studio sui libri. È vero, ci siamo sentiti tutelati e l’università ha messo a disposizione piattaforme su internet per seguire i corsi. Ma abbiamo perso ore preziose. Nessuna lezione online potrà insegnarmi a posizionare un catetere vescicale o a trovare un accesso venoso».

La studentessa ha stati d’animo contrastanti. Da una parte la gioia di poter trascorrere del tempo con i suoi piccoli “terremoti”. Dall’altra, questa emergenza ha il sapore di un’occasione persa.

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Giulia durante il tirocinio

«Purtroppo non l‘ho vissuta in prima linea. Alcuni miei colleghi hanno tirato un sospiro di sollievo. Ora quel reparto lo chiamano “la trincea”. Invece a me è dispiaciuto non poter dare un contributo ai nostri infermieri, che hanno fronteggiato un carico di lavoro triplice, con malati che avevano bisogno di assistenza continua. Se avessi avuto la possibilità di frequentare, sono certa che mi avrebbero tutelato e insegnato molte cose. Certo, sarebbe stata un’esperienza dura e avrei avuto paura. Ma sono convinta che sarei cresciuta come professionista e come persona».

Un proverbio afferma che gli infermieri sono persone “pazienti”.

«Al telefono ho sentito i miei tutor stanchi, provati, ma sempre “sul pezzo”. Per quanto fosse una situazione nuova, stavano svolgendo il proprio lavoro. Ho avuto la prova che questo mestiere risponde a una vocazione e sono contenta di averlo intrapreso».

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