Esclusiva

2 Febbraio 2021
Non tutti i poveri sono uguali, anatomia e sintomi di un sussidio

Dalla pandemia ai nodi burocratici, il Reddito di Cittadinanza è una misura che discrimina i poveri in base all’appartenenza geografica e non tiene conto di tutte le forme di povertà

«Abbiamo abolito la povertà». Era il 28 settembre del 2018 e dal balcone di Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, allora capo politico del Movimento 5 Stelle, esultava per l’approvazione del Documento di Economia e Finanza. Un provvedimento che conteneva una delle battaglie storiche della galassia grillina: il Reddito di Cittadinanza. Ora, a quasi due anni dall’entrata in vigore, è possibile dire che no, la povertà non è stata abolita. Secondo i dati del 2019, i nuclei beneficiari del RdC equivalgono al 50% delle famiglie in povertà assoluta. «Se il Reddito di Cittadinanza fosse stato pensato, e anche comunicato, come una mera misura di contrasto alla povertà, allora dovremmo dire che il bicchiere è mezzo pieno», spiega Francesco Nespoli, ricercatore dell’Università di Modena e Reggio Emilia e data analyst di Catchy Big-Data. La pandemia, il lockdown e la crisi economica, sono state un banco di prova importante per la misura voluta dai 5 stelle. Non solo per il Mezzogiorno, ma anche per il Nord, la zona più colpita dalla diffusione del Covid-19 in Italia. Ma qua nascono le prime contraddizioni: l’obbiettivo del Reddito è quello di combattere la povertà assoluta, ma lo fa applicando uno schema discriminatorio. Se i requisiti del RdC sono gli stessi su tutto il territorio nazionale, non si può dire la stessa cosa della povertà assoluta (concetto fissato dall’Istat), i cui parametri, al contrario, variano a seconda della zona geografica: da Nord a Sud, dal centro alla periferia. Una distinzione di cui il RdC non tiene conto.

Povertà e pandemia

Il 21 febbraio del 2020 è stato individuato il primo caso di Coronavirus in Italia: il cosiddetto paziente 1, a Codogno. Due settimane dopo il governo ha dichiarato il lockdown nazionale. Inizia così la pandemia, con il divieto di circolazione e la chiusura di tutte le attività non essenziali. L’aumento della povertà è dietro l’angolo e uno degli strumenti per contrastarla è il Reddito di Cittadinanza, misura entrata in vigore appena un anno prima. Guardando il grafico che mostra la serie storica di Pensione e Reddito di Cittadinanza, è facile accorgersi di un aumento dei nuclei beneficiari a partire dall’inizio del lockdown. Un incremento del 32,7% nel periodo che va da febbraio 2020 a settembre dello stesso anno. «È intuitivo che la povertà sia aumentata, anche se non abbiamo ancora dati Istat pubblicati per il 2020», dice Nespoli. Più aumenta la povertà assoluta e più si allarga la platea dei potenziali beneficiari del RdC. «Le stime dell’Eurostat ci dicono che in tutti i Paesi dell’UE la contrazione dei redditi è stata più marcata nelle fasce che già avevano un reddito basso. Dunque, possiamo facilmente ipotizzare che la povertà sia aumentata». Un altro indizio ce lo offre il grafico sull’andamento dell’occupazione.

Qui il punto di caduta combacia con lo stesso periodo in cui i nuclei beneficiari del Reddito sono aumentati: sempre febbraio 2020. L’andamento degli occupati determina la platea dei potenziali beneficiari del RdC. L’assenza di un lavoro, infatti, è un prerequisito fondamentale per accedere al sostegno. «Tra chi ha subito in termini occupazionali o reddituali la pandemia c’è anche chi è rientrato nei parametri per accedere al Reddito di Cittadinanza. Nel caso vari la situazione lavorativa di uno dei componenti del nucleo o quella reddituale di oltre il 25% è possibile ricalcolare la dichiarazione Isee e ottenere l’Isee corrente». Anche la Cassa integrazione, misura che ha garantito un’entrata ai lavoratori fermi a causa delle chiusure, ha contribuito ad una diminuzione del reddito nel periodo di chiusura. Questo perché «la cassa integrazione ha dei massimali. Prendiamo il più basso: per retribuzioni mensili lorde fino € 2.159,48 l’indennità mensile lorda è € 998,18». La Cig non salva dalla povertà, specie se si lavora con uno stipendio basso o con contratti precari. Sta qui la prima contraddizione del Reddito di Cittadinanza: considerare “povero” solamente chi non ha lavoro. Avere l’obbiettivo di abolire la povertà come se questa fosse un problema legato solo alla disoccupazione. In sostanza, non tiene conto della qualità del lavoro.

Un sostegno che discrimina

L’esclamazione di Di Maio è smentita dai dati sulla povertà del 2019, gli ultimi disponibili. L’Istat, infatti, stimava quasi 1,7 milioni di famiglie in povertà assoluta contro i 965.985 nuclei beneficiari del Reddito di Cittadinanza. Guardando questi dati verrebbe da dire che, se la povertà non è stata abolita, perlomeno è stata dimezzata: nel 2019 i nuclei che recepivano il RdC erano circa la metà delle famiglie in povertà assoluta. Uno status la cui soglia però non è uguale in tutta Italia. Una considerazione ignorata dal Reddito, in quanto fissa come target di riferimento tutti coloro che hanno un reddito Isee inferiore a 780 euro mensili. Questa cifra è la media delle varie soglie di povertà stabilite dall’Istat. Chi vive a Milano avrà una soglia più alta rispetto al cittadino di Reggio Calabria. Questo perché le differenze tra Nord e Sud fanno si che il costo della vita sia più alto al Nord e più basso a nel Mezzogiorno. Secondo l’Istat, il numero di famiglie povere al Nord è più meno lo stesso rispetto Sud: 726 mila nel primo caso e 706 mila nel secondo. Guardando il grafico a barre è evidente la sproporzione in termini di nuclei beneficiari del Reddito: al Nord, nel 2019, erano 225.642, neanche la metà rispetto al Sud (597.530).

Questa asimmetria è dovuta in parte all’intensità della povertà (più alta nel Mezzogiorno) e in parte dal tasso di occupazione (più alto al Nord), visto che l’assenza di un lavoro è una dei prerequisiti per ottenere il RdC. Ma in realtà il problema sta anche nel “difetto di fabbrica” con cui è nato il sussidio: prendere come unica soglia i 780 euro senza considerare l’esistenza di differenti soglie di povertà in base al posto in cui si vive. «La soglia ISEE per accedere al RdC è la stessa in tutta Italia, ma l’erogazione massima è stabilita nella cifra simbolo di 780 euro mensili. In alcune zone d’Italia questa somma può essere comunque inferiore alla soglia di povertà assoluta calcolata dall’Istat che è calcolata in base al valore monetario del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia». Il risultato è che il cittadino di Reggio Calabria potrebbe prendere il sussidio anche se non è considerato povero dall’Istat, in quanto al Sud la soglia di povertà è fissata a circa 624 euro al mese. Al contrario, chi abita a Milano, nonostante la stessa condizione di indigenza, rischia di non ricevere il sussidio o di ottenerne solo una parte, che comunque – a differenza di un residente nel Mezzogiorno – non gli permetterebbe di raggiungere o scavalcare la soglia di povertà calcolata dall’Istat che per il Nord è stabilita intorno agli 840 euro.

A rimanere esclusi, dunque, sono quelli che rientrano nella fascia di reddito compresi tra i 780 e gli 840: poveri tanto quanto al Sud ma con l’impossibilità di accedere al sussidio. «Si tratta di un risultato fisiologico del RdC così come disegnato in origine», spiega il ricercatore. Un difetto sì, ma che si traduce in una discriminazione basata sulla provenienza geografica. Discriminazione che spiega in parte il gap numerico tra i nuclei beneficiari del Sud e quelli del Nord, nonostante le due zone abbiano lo stesso numero di famiglie in povertà assoluta. Lo stesso discorso vale per le famiglie straniere. Il motivo? Per ottenere il Reddito è necessario essere cittadini italiani, soggiornanti di lungo periodo o residenti in Italia da almeno dieci anni. Tutti requisiti che escludono buona parte degli stranieri. Secondo i dati Istat del 2019, circa il 38% dei cittadini extracomunitari non era in possesso di un permesso di soggiorno di lungo periodo. Una platea lasciata fuori dal sussidio, nonostante – sempre secondo l’Istat – l’incidenza della povertà risulti più alta tra le famiglie straniere. Il grafico mostra come la percentuale dei nuclei poveri aumenti man mano che cresce la presenza di stranieri in famiglia. È così il Reddito di Cittadinanza crea contemporaneamente due livelli di discriminazione: da una parte le asimmetrie tra Nord e Sud e dall’altra i requisiti legati al permesso di soggiorno. Una misura che divide, insomma, il cui impianto burocratico tiene conto delle varie condizioni che determinano la povertà. «Inoltre – aggiunge Nespoli – ad oggi non sappiamo quante persone che percepiscono il Reddito di Cittadinanza abbiano trovato un lavoro proprio grazie al RdC. Non ci sono i dati che ce lo possano dire». Quel che si vede non è altro che la punta dell’iceberg.