Esclusiva

11 Febbraio 2021
Tra virus e viralità: il rapporto tra media e Covid-19

Come ha impattato la pandemia sul mondo dell’informazione? Rispondono Michele Sorice (Luiss Guido Carli) e Paola Bonini (Alma Mater Studiorum)

Media tradizionali e digitali condividono ormai lo stesso spazio informativo, come un unico ecosistema. Tuttavia, la pandemia li ha colpiti in modi diversi. «La televisione è tornata al centro del dibattito pubblico come luogo collettivo di informazione, oltre che di intrattenimento. Pensiamo alla prima fase di lockdown, quando ci si sintonizzava ogni giorno alle diciotto per ascoltare il bollettino della Protezione Civile» spiega Michele Sorice, ordinario di sociologia della comunicazione alla Luiss. «Non si può dire lo stesso dei giornali cartacei. Nonostante le edicole siano rimaste aperte, le vendite sono calate: la gente d’altronde non poteva uscire».

Discorso a parte per le testate digitali, capaci di sfruttare l’espansione dei social network. «I social media – continua – hanno beneficiato del Covid-19 perché erano l’unico modo per connettersi agli altri, permettendo una ridefinizione dei rapporti sociali, oltre che dell’informazione». Non solo effetti positivi. In rete, la pandemia ha determinato un movimento duplice: da una parte, l’aumento incontrollato delle fake news; dall’altra, la richiesta di maggior credibilità da parte delle persone: «La fiducia nei governi è aumentata di pari passo con la richiesta di informazioni più attendibili alle testate giornalistiche. Questo ha riportato in auge le testate più tradizionali. Due movimenti in contraddizione tra loro, ma tipici di una situazione di emergenza come questa». 

Tra virus e viralità: il rapporto tra media e Covid-19
Roberto Speranza (in collegamento) e Roberto Burioni ospiti da Fabio Fazio a Che tempo che fa

A chi chiedere aiuto, dunque? «In un momento di crisi, si tende a rivolgersi al depositario (presunto o reale) di una verità. Non sempre, però, gli esperti sono stati in grado di parlare con il pubblico. La colpa non è loro, bensì del meccanismo di spettacolarizzazione dei media». E non è tutto. Secondo Paola Bonini, docente di social media e comunicazione istituzionale all’Università di Bologna, anche capire che tipo di esperti contattare è stato un problema: «Si sono mescolati punti di vista diversi, e questo ha alimentato il caos. Sono stati molto importanti i matematici, per capire al meglio i dati, ma il loro ruolo è emerso con grave ritardo». 

Si sarebbe dovuto creare un dibattito pubblico informato, ma per la massmediologa i mezzi di informazione non sono riusciti a fare da raccordo fra esperti e pubblico: «I media hanno fallito a interpretare i dati delle conferenze stampa, rassegnandosi a dare i numeri senza alcun filtro. Sono pochi i giornalisti in grado di leggerli, una competenza oggi imprescindibile. Se non si è in grado di farlo, a che serve il loro lavoro?».

Tra virus e viralità: il rapporto tra media e Covid-19
La prima pagina di Repubblica del 12 marzo 2020

A complicare il quadro, una dinamica tipica dei media tradizionali, tanto nociva quanto consolidata: la mancanza di senso di responsabilità e la corsa alla notizia. «Un elemento tossico per la salute pubblica», continua Bonini. «Pensiamo alla fuga di notizie sulla chiusura della Lombardia, che ha portato all’esodo di massa da Milano. Anche se si ricevono SMS da Palazzo Chigi con indiscrezioni, i media dovrebbero chiedersi se è opportuno diffonderli. L’evento è stato dipinto come responsabilità degli studenti del Sud, ma anche la buona borghesia milanese ha fatto la stessa cosa: è salita in aereo o ha preso il SUV e se ne è andata al mare, diffondendo potenziali focolai. Si è arrivati persino a inventarsi gli untori (pensiamo all’accanimento sui runner) e a mettere foto con prospettive distorte, dando l’impressione ci fossero assembramenti, per fare click facili». 

All’arrivo del Covid-19 in Italia, i media tradizionali sono stati del tutto spiazzati, su vari livelli. Per Bonini, questo ha evidenziato gravi mancanze. «In primo luogo, è emerso un dilemma deontologico, il confine tra dare l’allarme e creare allarmismo. Ci sono stati sia titoli sensazionalistici, sia chi si è interrogato sul ruolo responsabile dell’informazione. Una dualità presente anche all’interno di singole redazioni. Nessuno sapeva davvero di cosa si stesse parlando, si è navigato a vista, e questo ha veicolato una grande incertezza».

Tra virus e viralità: il rapporto tra media e Covid-19
Una prima pagina di La Stampa punta il dito contro la movida

A ciò si aggiunge la corsa all’esclusiva, dell’“esperto più esperto” che secondo Sorice ha contribuito alla diffusione del caos: «È mancato un ruolo di mediazione a causa della ricerca del sensazionalismo, mettendo gli specialisti gli uni contro gli altri. C’è stata una corsa alla notizia per poter garantire la sopravvivenza di una testata, anche a scapito della verità: tanto più una notizia è drammatica, tanto più riesce a coinvolgere». 

Si può quindi parlare di colpe? Per Bonini, «Più che di colpa, i media hanno scoperto la loro mancanza ataviche: la capacità di incontrare e sfruttare competenze nuove. Si considerano le piattaforme digitali come un gioco, non si riescono ancora a rappresentare adeguatamente i dati. Ma dopo le elezioni statunitensi del 2016, questi elementi non si possono più ignorare. Non voglio credere nella fine dei media tradizionali, ma nella loro evoluzione».