Esclusiva

9 Marzo 2021
Il racconto del ritorno in zona rossa a un anno dal primo lockdown

A distanza di un anno dal primo lockdown, l’Italia è alle prese con la terza ondata, alcune regioni e province ripiombano in zona rossa, come Frosinone. Sembra un vecchio film che torna in onda ma questa volta in fondo al tunnel si intravede lontana una luce.

Lunedì 8 marzo è un buco nero sul calendario. Un giorno di pioggia e freddo, il giorno in cui per me è iniziato un secondo lockdown. A quasi un anno esatto dal primo confinamento, la provincia di Frosinone è tornata ieri in zona rossa, troppi i contagi dovuti alla variante inglese e a quella brasiliana. 

Sapevo che sarebbe successo di nuovo, me ne ero fatta una ragione da qualche tempo, da quando il numero dei casi, settimana dopo settimana, aveva ripreso a salire. 

Risparmiata dalla prima e dalla seconda ondata, Frosinone è ora una macchia rossa in una regione, il Lazio, che resta in fascia gialla. I giornali locali raccontano per la prima volta la violenza di un’epidemia che non aveva ancora colpito con tanta forza, fanno la conta di quanti si sono ammalati o sono ricoverati negli ospedali della provincia, dove i posti letto per i malati di Covid-19 stanno per finire. Su Facebook scorrono le foto di chi non c’è più, Doriana, maestra morta a pochi giorni di distanza dai genitori anziani, tutti e tre uccisi dal virus, Luciano che organizzava viaggi a Medjugoje, marito di Michelina, padre di Gloria ed Eleonora. Scorro i necrologi, nella speranza di non leggere un nome conosciuto, leggo tutte le notizie: monitorare ciò che succede, tenere il flusso delle informazioni sotto controllo mi tranquillizza. 

Fuori dalla finestra la città è di nuovo silenziosa, ricoperta da uno strato spesso di foschia che anestetizza il tempo e lo spazio, negozi chiusi, il traffico ridotto a poche macchine. L’unico suono che rompe la monotonia è quello della stampante che sputa fuori una decina di autocertificazioni. Per la spesa e il lavoro, per una visita medica, poche attività solo quelle essenziali.

La routine a cui a fatica mi sono aggrappata in questi mesi, fatta di treni pieni a metà, mascherine tenute dodici ore sul viso, benedetti incontri con facce diverse dalla mia riflessa allo specchio, comincia di nuovo a restringersi, le giornate a ripiegare su se stesse.

L’emergenza mi ha insegnato l’arte della pazienza a forza di metaforiche sberle, di un continuo balletto di aperture e chiusure di fronte al quale non c’è altra scelta se non adeguarsi, addomesticare la frustrazione, mettere in pausa e aspettare. 

La mia mente ha però già iniziato a immaginare stratagemmi contro quella sensazione di alienazione che so arriverà, ha elaborato piani e programmi per non perdere contatto con la realtà: evitare di stare in tuta tutto il giorno, accendere la videocamera durante lezioni e riunioni, andare a correre tutte le mattine, finire di leggere quel libro lasciato a metà. 

Buoni propositi, come quelli che si fanno il primo giorno del nuovo anno. Anche se tutto assomiglia a un film già visto. La preoccupazione di non contagiarsi, le file al supermercato, le doppie, triple accortezze che impiegherò le poche volte che uscirò di casa. 

C’è di nuovo solo la speranza che l’emergenza finisca presto, diventata concreta e palpabile dopo l’arrivo del vaccino. Come Arturo Bandini, il protagonista dei romanzi di John Fante, aspetterò come tutti che arrivi primavera, guardando oltre il limite delle stagioni, a una rinascita fuori tempo, che non sia troppo lontana.