Esclusiva

13 Marzo 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 16 Marzo 2021
Torinese, italiano, cosmopolita: Gianni Agnelli cent’anni dopo

Imprenditore e uomo delle istituzioni, patriota e cittadino del mondo. Il ricordo dell’Avvocato a un secolo dalla nascita, con un’intervista a John Elkann

Politico e imprenditore, proprietario della Fiat e uomo dalle mille passioni. In occasione dei 100 anni dalla nascita di Gianni Agnelli, la figura dell’Avvocato è stata ricordata più volte: da chi ha lavorato al suo fianco e da chi lo ha conosciuto come padre e nonno. La sua eredità come imprenditore e uomo delle istituzioni è stata al centro di due eventi online, The legacy of Gianni Agnelli in the 21st century: L’Avvocato 100 years after e Gianni Agnelli. I 100 anni dell’Avvocato.

Del segno che ha lasciato nell’economia e nelle alleanze dell’Italia, ma anche nello sport e nelle arti, si è parlato nel primo incontro, organizzato dal Consiglio per le relazioni tra Italia e Stati Uniti. «Per la mia generazione è stato il signore dell’establishment italiano che più ha segnato il dopoguerra – ha spiegato Marco Tronchetti Provera, amministratore delegato di Pirelli – Amava molto l’Italia e ha sempre unito gli interessi della Fiat all’interesse nazionale. È stato una specie di ministro degli esteri negli Stati Uniti e ha curato i rapporti con la Russia e la Cina, rendendo un grandissimo servizio al Paese. Oggi sarebbe orgoglioso di essere italiano, sapendo che a Palazzo Chigi siede una figura come Draghi».

«Gianni Agnelli era un italiano fiero dell’eredità culturale e della storia del suo Paese e allo stesso tempo un ammiratore degli Stati Uniti. Ha rappresentato l’Italia negli USA e ha portato l’America da noi». Secondo Armando Varricchio, neo ambasciatore d’Italia a Berlino, in Agnelli si ritrovano alcune caratteristiche del diplomatico: la curiosità, un’intelligenza arguta, la cultura e un’abilità innata a stabilire rapporti personali. «Ricordo la sua profonda amicizia con John Kennedy, Henry Kissinger e David Rockefeller. L’Avvocato ha sempre pensato che un’Europa forte e unita sarebbe stata un alleato migliore per gli Stati Uniti: per lui il declino dell’Occidente non era una prospettiva inevitabile, così come non lo era lo scontro di civiltà».

Torinese, italiano, cosmopolita: Gianni Agnelli cent’anni dopo

È poi toccato al ricordo di Franco Bernabè, tra coloro che hanno lavorato a fianco di Agnelli: «Spesso sento critiche ingiuste nei confronti dell’Avvocato, dicono che a volte si annoiava e smetteva di prestare attenzione agli altri. Ma non si è mai annoiato per le cose importanti, come la Fiat, di cui ha superato molte crisi drammatiche. Già negli anni 80 fiutò l’opportunità di un’alleanza con Peugeot, oggi sarebbe orgoglioso dell’unione di due industrie europee per far fronte al passaggio al motore elettrico. Era un patriota cosmopolita, amava profondamente l’Italia pur essendo un cittadino del mondo».

La parola è poi passata a Evelina Christillin, che con la complicità dell’Avvocato portò a Torino le Olimpiadi invernali del 2006: «Prima di essere italiano Gianni era torinese. Il merito di aver portato i Giochi in città, una vera impresa, va diviso a metà tra lui e il fratello Umberto: loro erano il cervello, io fui il braccio armato. Altre sue grandi passioni erano la Ferrari e la vela con Luna Rossa, ma lo sci e le Olimpiadi sono il grande regalo che fece alle valli piemontesi. Poi certo, c’era la Juve: il suo sogno era che vincesse più scudetti di fila di quei mitici cinque degli anni 30, come è accaduto nell’ultimo decennio. Avere un fuoriclasse come Ronaldo gli sarebbe piaciuto tantissimo».

A chiudere l’incontro un ricordo privato dell’Avvocato, con l’intervista di Gianni Riotta al nipote John Elkann, l’erede designato oggi presidente di Stellantis, di Ferrari e del gruppo editoriale Gedi.

Il direttore della Scuola di Giornalismo ha poi moderato il secondo webinar, Gianni Agnelli. I 100 anni dell’Avvocato, incentrato sui rapporti tra l’imprenditore torinese e la Luiss Guido Carli. «Agnelli immaginò un’università in cui le grandi aziende italiane potessero essere a fianco dell’ateneo – ha detto la vicepresidente della Luiss, Paola Severino – La nostra attenzione per l’internazionalità è un altro legame con la sua figura. La coesione tra impresa e università, la formazione attenta a creare giovani professionisti, sono le idee condivise da Agnelli e dal nostro ateneo».

La visione lungimirante dell’Avvocato si può ancora oggi toccare con mano, come ha sottolineato Andrea Prencipe, rettore della Luiss: «Mi piace ricordare il suo essere leader, il cui valore si misura soprattutto su ciò che si lascia agli altri. La sua era una leadership generativa: la visione di Agnelli è evidente nel nostro modello educativo, che vede un confronto continuo tra accademia e mondo esterno, delle istituzioni e delle imprese».

Giovanni Lo Storto, direttore generale dell’Università, ha legato questo giorno di ricordo a una parola chiave, emozione: «La possibilità per quella che era la Pro Deo – come si chiamava in origine la Luiss – di formare i ceti dirigenti fu qualcosa che l’Avvocato sentì profondamente. Da ex studente, ricordo l’emozione di un diciottenne che arrivava a Roma con una borsa di studio, testimonianza dell’intuizione di Agnelli che tutti dovessero avere una chance».

Poi l’intervento di Luigi Abete, presidente della Business School, con un aneddoto: «Alla scomparsa di Guido Carli, l’Avvocato venne da me e mi chiese cosa fare. Pensai ad alcune personalità dell’epoca ma non ero convinto, volevo un presidente legato a Confindustria. Così feci il suo nome e lui condivise subito il progetto. È stato il rappresentante del mondo dell’impresa, ma ha sempre rispettato la libertà degli associati». A chiudere il webinar il presidente della Luiss, Vincenzo Boccia: «Il ricordo diventa un pezzo di memoria dell’Italia, ci dona un’eredità. Uomini come Agnelli hanno immaginato l’università di oggi, senza averla. Ci hanno spinto a non perdere mai la fiducia, affrontando le sfide a viso aperto. È l’insegnamento di un grande imprenditore».