Esclusiva

27 Marzo 2021.
 
Ultimo aggiornamento: 31 Marzo 2021
Partito democratico e femminismo da salotto

Simona Malpezzi è la nuova capogruppo del Partito Democratico al Senato, ma questo non è un passo verso l’emancipazione

Ci sono molte cose che non mi piacciono e tra queste c’è il «femminismo da salotto», quel curioso meccanismo per cui si gioisce di vedere qualche donna in cariche apicali mentre alla base della piramide sociale poco o nulla cambia. Alla base cambia poco o nulla perché le donne continuano a morire, 14 dall’inizio del 2021, a guadagnare meno degli uomini, il divario retributivo in Italia è del 12%, e a barcamenarsi tra smartworking e cura della famiglia.

«Femminismo da salotto» dunque, di cui la scelta fatta dal nuovo segretario del Partito Democratico Enrico Letta è forse l’emblema. «Se ci sono io qui e non una segretaria significa che c’è un problema», aveva detto nel discorso con cui si era candidato alla guida del PD. Detto fatto, Letta nomina otto donne e otto uomini come membri della segreteria. E poi due nuovi volti femminili come capigruppo in Parlamento: Debora Serracchiani prende il posto di Graziano Delrio alla Camera, Simona Malpezzi quello di Andrea Marcucci al Senato.

Un ottimo risultato per i nuovi capi (cape?) gruppo, ma è forte il sentore che sia una scelta di comodo. Magari per picchiettare sulla spalla degli elettori più giovani e progressisti. Forse per rimediare allo scivolone delle ministre del PD assenti dalla compagine di governo. Esecutivo peraltro composto da 8 donne su 23. Non esattamente un primato per Mario Draghi, che nel suo discorso al Senato per la fiducia, era il 17 febbraio, scandiva sicuro: «la mobilitazione di tutte le energie del Paese nel suo rilancio non può prescindere dal coinvolgimento delle donne».

Ora, che la parità di genere non sia un «farisaico rispetto delle quote rosa» (non polemizzerò qui con chi si arrabbia per l’accezione «rosa», perché sono gli stessi che usano gli asterischi al posto del plurale e dunque a me parimenti invisi); dicevamo, che la parità di genere non sia un farisaico rispetto delle quote rosa è chiaro. Al nuovo segretario del Partito Democratico, credo, lo è un po’ meno.

Dal mio punto di vista, la questione è ben differente dal distribuire con il bilancino ruoli di potere. Ci si dovrebbe interrogare sulla giustezza o meno dell’avere una soglia minima di presenza femminile in politica o nell’organico di strutture pubbliche e private. Voglio dire: sono il giusto premio per le donne che non si sono fatte abbattere dalla presunta infrangibilità del soffitto di cristallo o un contentino che occhieggia al politically correct? Non ho la risposta, beninteso, e anzi, un’altra delle cose che non mi piacciono sono le soluzioni facili. Ma finché ai vertici della piramide qualcosa si muove e alla base (quasi) tutto tace, io non griderò all’emancipazione.

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